Questa è la relazione (tradotta dall’inglese) letta l’11 febbraio 2023 a un convegno di psicoanalisti russi, via streaming.
Gli psicoanalisti russi erano per lo più residenti in Russia, alcuni all’estero.
Al convegno erano invitati anche alcuni studiosi non di lingua russa. Non posso nominare l’organizzazione che mi ha invitato.
Avverto subito il lettore che questo articolo, tradotto qualche mese fa, è stato rieditato da me nell’ultimo mese:
grazie alla nuova politica di Trump, molte delle cose riguardanti la politica statunitense che a novembre indicavo col tempo presente,
oggi le indico con il tempo imperfetto. Segno, appunto, che i tempi sono cambiati.
1.
Il politologo americano John Mearsheimer è famoso esponente del ‘realismo politico’, della Realpolitik diciamo in Italia. Mearsheimer pensa che le guerre siano inevitabili perché ogni stato cerca prima di tutto la propria sicurezza. La politica internazionale è sempre anarchica perché non c’è un super-stato o una super-polizia in grado di dirimere con la forza i contrasti tra singoli stati. In un contesto anarchico, in cui quindi non ci si può fidare di nessun altro paese, è sempre bene allargare il proprio potere ed egemonia su altri stati per aumentare la propria sicurezza. Insomma, non c’è bisogno di invocare la nietzscheana volontà di potenza per spiegare le politiche aggressive di alcuni paesi. La bellicosità è una forma di difesa preventiva.
Questa tesi descrive larga parte della realtà. In particolare, dissolve l’illusione pervicace di un diritto internazionale, ovvero di una sorta di senso della giustizia condiviso da tutti gli stati. L’attacco della Russia di Putin all’Ucraina, attacco a cui la metà del mondo ha guardato con simpatia, dimostra bene che il diritto internazionale è parola vana.
Però, nota Mearsheimer, la politica degli Stati Uniti, sin dai suoi Padri fondatori, non corrisponde a questo criterio: la politica americana è non solo politica di potenza come quella delle altre nazioni, ma anche e soprattutto missione ideologica. Gli americani si sono fatti apostoli dei valori liberal-democratici in tutto il mondo (per ‘liberali’ non intendo qui il liberismo economico, ma la politica liberal dei diritti civili e universali). Secondo la ‘filosofia americana di base’ come la chiamerei io – e questo almeno fino al gennaio 2025 – la democrazia liberale (non quindi la democrazia comunista, né la democrazia illiberale di Putin) era il miglior sistema politico per tutti gli esseri umani, non solo per gli americani. La missione storica che l’America si era data è stata quella di estendere il più possibile il sistema democratico pluralista, con libere elezioni in un contesto di piena libertà di espressione. Non appena era possibile, gli Stati Uniti si sentivano in dovere di esportare questo modello etico-politico.
Notiamo che la filosofia di base comunista era del tutto simmetrica. In URSS si era convinti che se tutto il mondo fosse diventato socialista, le guerre sarebbero scomparse, perché il principio della cooperazione avrebbe prevalso su quello della competizione. I nomi stessi di URSS e USA sono slegati da realtà etniche precise. In URSS (Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche) non compariva il termine ‘Russia’, insomma, in teoria qualsiasi paese del mondo poteva entrare a far parte dell’URSS. Nel termine USA il solo riferimento geografico è al continente americano: in teoria, qualsiasi parte dell’America potrebbe farne parte. La dottrina Monroe rispecchiava quest’ambizione implicita. Invitare un altro paese ad aderire al proprio stato, senza obbligarlo con la forza, non è di per sé atto di sopraffazione.
Ora, Mearsheimer taccia di Great Delusion, grande illusione o grande delirio, questa strategia americana[1]. Essa, dice, ha trascinato gli USA in una lunghissima serie di guerre. Queste guerre dovevano portare la pace al mondo, ma non l’hanno portata affatto. Il principio di difendere le liberal-democrazie contro le dittature o le false democrazie, come la difesa a oltranza dell’Ucraina e la decisione di difendere Taiwan contro la Cina, ha spinto l’America a impegolarsi in conflitti sempre più difficili e sanguinosi. Insomma, secondo Mearsheimer la politica americana dovrebbe essere meno ideologica e più realista, ovvero più egoistica e cinica. Sembra già di sentir parlare Trump.
Infatti, quando lessi tutto questo, ero convinto che Mearsheimer fosse il teorico della destra americana più isolazionista. Mi sono molto stupito quando ho appreso che invece Mearsheimer è il referente teorico di tanti dei politologi di sinistra, addirittura il loro vessillo. Eppure, di solito, la sinistra rigetta la Realpolitik.
2.
Il prestigio di Mearsheimer era molto salito perché aveva condannato la politica pro-ucraina degli Stati Uniti ben prima del febbraio 2022. Aveva detto che l’allargamento a Est della NATO in Europa avrebbe finito con lo spaventare la Russia e l’avrebbe spinta a reagire invadendo l’Ucraina e la Georgia. Insomma, l’attuale conflitto russo-ucraino, a cui Stati Uniti e Unione Europea partecipano in modo indiretto, è effetto della delusion, dell’illusione filosofica della NATO e del suo paese-guida.
Ma la ricostruzione di Mearsheimer è veramente profonda e corretta?
Veramente Mearsheimer dà prova di sano realismo quando accusa la NATO a guida americana di aver spinto di fatto la Russia di Putin ad attaccare l’Ucraina?
In una conferenza del 2015, Mearsheimer, dopo aver paventato che l’Ucraina sarebbe finita distrutta, aggiunse “Se vuoi veramente mandare in rovina la Russia, la devi incoraggiare a tentare di conquistare l’Ucraina. Ma Putin è troppo intelligente per cercare di farlo”. I fatti hanno smentito questa previsione oppure no? E in generale, che cosa significa dire che dei fatti hanno smentito un’analisi politica, oppure che l’hanno convalidata? Se guardiamo la Germania sconfitta del 1945, possiamo dire che le teorie che ne predicevano il declino erano confermate. Ma se guardiamo alla Germania riunificata, ricca e potente del 1990, allora quelle stesse teorie sono falsificate. Il problema è quando verifichiamo una teoria. Finché la storia continua, la partita non si chiude veramente mai. Sono sempre possibili rivincite.
Potremmo dire che Mearsheimer ha avuto torto nel sopravvalutare l’intelligenza di Putin, dato che questi sembra caduto nella trappola tesagli dall’Occidente (nel 2022 non era certa la rielezione di Trump). Oppure potremmo dire che Mearsheimer ha intuito il cinismo dell’Occidente, in quanto questo avrebbe spinto la Russia a distruggere l’Ucraina solo per poter così a sua volta distruggere la Russia. Ma il punto è: perché l’Occidente avrebbe dovuto minacciare la Russia, perché volerla sconfiggere?
È vero che da una parte la NATO si è allargata a Est includendo anche paesi che erano parte dell’URSS, i paesi baltici. Ma è anche vero che allo stesso tempo aveva prevalso la dottrina Merkel, la strategia secondo cui si doveva essere amici della Russia di Putin legando quel paese a una dipendenza economica con l’Occidente attraverso il gas e il petrolio, le sole cose economicamente importanti che la Russia produce, o meglio estrae. Secondo questa tipica filosofia liberista, nella storia conta solo l’economia, e la pace si raggiungerà quando si capirà che gli interessi economici di ciascuno non sono affatto in contraddizione con gli interessi economici degli altri. Strategia win-win. In questo modo molti paesi occidentali, in particolare Germania e Italia, si erano legati capo e piedi alle importazioni russe. Eppure l’interdipendenza economica tra Russia e Occidente non ha impedito la loro rottura politica e militare. I popoli, come gli individui, non vivono di solo pane, ovvero, di solo petrolio.
3.
Questo punto fondamentale è molto semplice eppure del tutto indigeribile per tante filosofie politiche contemporanee: che la storia non è determinata unicamente dall’economia.
Quando eravamo giovani, in Italia, i nostri educatori sia di sinistra sia di destra seguivano lo stesso principio: solo gli interessi economici sono quelli davvero decisivi per spiegare la storia. Per la sinistra contano essenzialmente le lotte delle classi definite dalla loro funzione economica, per la destra liberista conta essenzialmente la libertà del mercato – in ogni caso, è l’economia a decidere.
No, le cose non sono così semplici. La storia non ha una razionalità segreta, al contrario, anche quando sembra snodarsi in modo razionale rivela un’irrazionalità di fondo. È quel che chiamerei il principio di ragione insufficiente. Il contrario del principio di ragion sufficiente, ma anche dell’hegeliana Astuzia della Ragione. La ragione storica, a mio avviso, non è furba, per lo più è stupida.
Oltre all’economia sono altrettanto importanti i valori. E nella misura in cui i valori rimandano a filosofie di sottofondo, possiamo ben dire che le filosofie muovono il mondo non meno dell’economia. La psicoanalisi, in particolare, afferma che alla fonte dei valori e delle filosofie ci sono impulsi radicati e profondi, per cui possiamo dire che la politica è sì da una parte strategia razionale, Realpolitik, ma dall’altra è espressione di impulsi viscerali, di passioni, dell’inconscio. Chiamerei questa seconda parte Imaginärepolitik.
Insomma, Putin ha invaso l’Ucraina anche se la cosa non gli conveniva affatto economicamente, e non perché sia poco lungimirante. È che per lui l’unificazione di tutte le Russie è un valore preminente. Mosca come terza Roma. Un valore delirante per me, ma essenziale per lui e per la maggioranza dei russi che lo sostiene. E così, quando Hitler decise lo sterminio degli ebrei, non c’era alcuna razionalità economica in questo: temeva e odiava gli ebrei. Erano anch’essi valori deliranti, comunque valori.
E così, quando gli Stati Uniti si preparano – o si preparavano? – a fare la guerra contro un paese come la Cina per difendere l’autonomia di 23 milioni di cinesi di Taiwan (23 milioni, una goccia rispetto all’oceano della popolazione cinese), non c’è alcuna Realpolitik dietro questa scelta.
Gli Stati Uniti erano comunque pronti a fare la guerra con la Cina sulla base di una promessa e premessa a carattere quasi religioso: difendere una democrazia piena. Il principio della difesa della democrazia liberale – che Mearsheimer condanna come mancanza di realismo – guidava in questo caso, come in tanti altri, la politica estera americana.
Si dice che per l’Occidente è vitale difendere la produzione taiwanese di microchips, leader nel mercato. Ma da quante altre cose gli USA dipendono dalla Cina, e viceversa? Ciò non impedisce loro di minacciarsi a vicenda.
La Realpolitik amministra il mondo, ma alla fin fine l’immaginazione lo trasforma. Sono le utopie, buone o cattive che siano, a fare la storia. Spesso, a creare immani disastri. E la storia è anche una lunga successione di disastri.
4.
Ora la psicoanalisi, in particolare lacaniana, ci fa notare che i valori si basano su significanti. Gli esseri umani si emozionano, si sacrificano, ammazzano e si fanno ammazzare per dei significanti. Per i significanti nazionali o la democrazia o il socialismo o il fascismo, o per la propria confessione religiosa, o per la propria ‘identità’ etnica.
Ho potuto seguire nel corso degli ultimi 20 anni, dato che ho insegnato regolarmente a Kyiv lungo questo tempo, il costituirsi del patriottismo ucraino. Agli inizi il fatto di essere ucraini o russi era irrilevante, si parlava la stessa lingua o quasi, entrambi i paesi avevano avuto lo stesso passato, era casuale esser capitati nel 1991 entro i confini ucraini o entro quelli russi. Ma poi, col tempo, il significante ucraino ha cominciato a riempirsi di senso, e anche quello russo in relazione a quello ucraino, fino al punto che ci si è affrontati in una guerra spaventosa. Non è il paese a cui si appartiene a essere rappresentato da una bandiera, è la bandiera a creare poco a poco un paese a cui ci si sente di appartenere.
Mearsheimer ha ripetuto che allargare la NATO a Est avrebbe spinto Mosca ad aggredire l’Ucraina, da quando dal 2014 in poi essa ha optato chiaramente per una via filo-occidentale. Mearsheimer ha l’onestà di aggiungere che non era nell’intenzione dei paesi occidentali, USA in testa, provocare così la Russia. Nulla, dopo il 1989, predestinava l’Occidente a contrapporsi di nuovo alla Russia. La NATO è un’alleanza difensiva, nulla la costringeva a minacciare la Russia. Se Putin si è sentito minacciato dall’allargamento NATO, questo esprime una Imaginärepolitik, non una Realpolitik: vedeva una minaccia dell’Altro contro sé stesso, perché lui stesso voleva minacciare l’Altro. Potremmo insinuare, anzi, che il sentirsi minacciato dalla NATO è sintomo rivelatore del fatto che Putin avesse già in mente di commettere qualcosa di inaccettabile per l’Occidente e quindi per la NATO. Spesso questo capita anche nei rapporti tra individui: si comincia ad accusare qualcuno di attaccarci non perché questi ci abbia veramente attaccato, ma perché sotto sotto si sa che lo attaccheremo.
In altre parole, quando Mearsheimer rimprovera agli occidentali di non essere stati realistici, dice di fatto che gli occidentali non hanno tenuto conto dell’immaginario russo. In politica non devi vedere solo il mondo come lo vedi tu, devi vedere il mondo come lo vedono gli altri, anche se questo modo altrui non è realistico. Se credi di essere razionale, non devi credere ipso facto che anche l’altro sia razionale: devi tener conto delle illusioni e “paranoie” che lo abitano. Non contano solo le tue intenzioni, conta quel che gli altri credono siano le tue intenzioni. È come nel Dilemma del prigioniero nella teoria matematica dei giochi: non conta solo quel che tu dici di fare, conta quel che l’altro pensa su quel che pensi di fare senza dirlo. C’è una vertigine della politica, come di tutti i giochi che si basano sulla fiducia.
Ma appunto, che ci sia fiducia o sfiducia è una questione filosofica, non solo pratica. Per esempio, nella guerra fredda sia l’URSS che gli USA potevano dire, in buona fede, di volere la pace e la convivenza tra i due blocchi. Gli Stati Uniti sapevano però che il codice genetico dell’URSS la avrebbe portata comunque a sostenere movimenti comunisti nel mondo, così come l’URSS sapeva che il codice genetico degli Stati Uniti li avrebbe portati a sostenere movimenti liberal-democratici e filo-capitalisti nel mondo. La simpatia di ciascun protagonista per ideali opposti a quelli dell’altro portava continuamente a minare la coesistenza pacifica.
Dietro quasi tutte le grandi potenze storiche non c’è solo la volontà di potenza ma direi anche una sorta di missione simbolica. Per i romani antichi la missione era portare la pax romana e la civiltà latina a tutti i popoli barbari. Per gli imperi mussulmani si trattava di portare la fede islamica agli infedeli, per gli imperi cristiani di portare la fede cristiana ai pagani. E così il colonialismo fu certo qualcosa di economico, ma portava con sé il progetto di cristianizzazione e “civilizzazione” dei colonizzati. Quando i neri venivano fatti schiavi in Africa per essere portati nelle Americhe, per prima cosa venivano battezzati. Nelle scuole delle colonie francesi in Africa si insegnavano le stesse cose che in Francia, è rimasto famoso il sussidiario in cui si insegnava ai bambini africani che i galli erano i ‘loro’ antenati.
Da alcune generazioni ci insegnano che se non vogliamo essere ingenui, dobbiamo capire che la storia, dietro le sue sovrastrutture di valori, è animata da basilari interessi economici oppure da una fondamentale volontà di potenza. Oggi penso il contrario: che sia ingenuo voler vedere interessi economici come base strutturale, il modo perspicace è vedere invece la pluralità delle ragioni e dei valori. La politica non ha una sola struttura profonda.
5.
Ma i valori, abbiamo visto, sono puri significanti – anzi, direbbe Ernesto Laclau, significanti vuoti. Eppure ciascuno di noi esseri umani ha bisogno di essere smosso da qualche significante, che è la nostra causa per vivere. La nostra causa per vivere può essere la più diversa: far trionfare il socialismo o fare molti soldi, diffondere la parola di Cristo oppure sposarsi e metter su famiglia, trovare verità scientifiche o soccorrere immigrati in mare, ecc. Se non si ha una causa per vivere, allora si sarà affetti da sindromi depressive, o da un tipo di esistenza chiamata anancastica: nulla ha senso, nulla ha valore, nemmeno la propria vita. Ma questa causa per vivere è per lo più un significante che ci viene dall’esterno, e quindi avrà un carattere religioso o politico o estetico o etico. E siccome i significanti sono oppositivi (così insegna la linguistica strutturale), le opposizioni significanti sono la matrice di gran parte dei conflitti politici, anche dei più cruenti e crudeli, tra gli esseri umani. Quel che chiamiamo realismo politico di fatto è capire che nessuno degli attori politici è fino in fondo realista.
Sono i valori, ovvero i significanti, a determinare “l’interesse realistico” di una nazione. Per esempio, il progetto fondamentale di Hitler era di unire in una sola nazione tutti coloro che parlavano tedesco. Era del tutto simile al progetto di Garibaldi e Mazzini, di Bismarck, di Jan Ludwik Popławski e Zygmunt Balicki (padri del nazionalismo polacco), oggi di Putin. Se il mio valore è unire in un solo stato chiunque parli la mia stessa lingua, allora la conquista di un territorio in cui abita gente che parla quella lingua diventa mio interesse realistico. Se invece il mio valore è aumentare il più possibile il PIL del mio paese, e se il territorio con gente che parla la mia stessa lingua è parte di un altro stato forte e ricco che può compiere grandi investimenti nel mio paese, ma dove si parla un’altra lingua, “l’interesse realistico” sarà quello, al contrario, di avere ottimi rapporti con questo stato forte. È il caso, per esempio, della politica italiana verso la Svizzera: i governi italiani non hanno mai preteso l’annessione del Canton Ticino solo perché colà vi si parla italiano.
Insomma, “l’interesse realistico” non è qualcosa di fisso per ogni paese ma varia a seconda dei valori che quel paese ha scelto come i propri fondamentali. Anche pensare solo al benessere materiale è un valore, che può cozzare con altri valori. Per esempio, negli anni 1950-60 gli algerini hanno “preferito” essere del tutto indipendenti piuttosto che essere considerati cittadini francesi alla pari, cosa che avrebbe dato loro vantaggi notevoli, così come volevano i governi francesi dell’epoca. Da qui la lunga e sanguinosa guerra d’Algeria.
6.
Ma allora, come suggerisce in fondo Mearsheimer, l’importante è che il solo realista sia io, individuo o nazione che io sia? Se gli altri sono animati da significanti vuoti, è bene che io badi invece solo ai miei interessi pieni? Ma appunto, quali sono i miei interessi?
Per esempio, io USA non avrei alcun interesse a difendere a oltranza Israele contro qualsiasi minaccia che venga dal mondo mussulmano. Mearsheimer, tra altri, ha fatto notare che la politica filo-israeliana degli Stati Uniti da molti decenni non è realistica. L’interesse americano sarebbe quello di parteggiare per paesi mussulmani che hanno una popolazione di gran lunga più numerosa degli israeliani, e che detengono immensi giacimenti petroliferi. Che cosa spinge l’America, in particolare quella conservative, a mettere a rischio i propri interessi nazionali per difendere a oltranza Israele? La risposta-cliché è che sulle amministrazioni americane influisce una fortissima lobby ebraica. Ma esiste anche una potente lobby islamica. Perché allora all’interno del popolo americano la lobby ebraica finisce col prevalere sulla lobby islamica? Secondo me, per ragioni mitiche. La maggioranza protestante dell’America si identifica alla narrazione ebraica, non a quella mussulmana. Gesù era ebreo, non arabo.
Anche se l’anti-semitismo ha prosperato negli Stati Uniti in passato, la Bibbia cristiana include il Vecchio Testamento, ovvero la Bibbia ebraica. Mentre il mondo islamico è considerato qualcosa di estraneo, uno sviluppo esotico del monoteismo, e si basa su un libro diverso dalla Bibbia. Per la Bible Belt americana, inoltre, vale la profezia biblica secondo la quale la fine dei tempi avverrà solo quando gli ebrei domineranno tutto il Medio Oriente, e i millenaristi si augurano sempre che la fine del mondo sia vicina. Israele è nata come risposta a un secolare anti-semitismo cristiano, e i paesi cristiani liberal-democratici hanno uno storico senso di colpa nei confronti degli ebrei. Questo rimorso per l’anti-semitismo – di cui l’Olocausto è stato l’apice – spiega insomma, in gran parte, il folle appoggio americano a Israele. Il senso di colpa di un popolo può essere non meno decisivo dell’economia e della Realpolitik per capire atti politici.
Ma oltre che ebraica Israele è liberal-democratica – anche se, come sappiamo, questo sistema è messo a dura prova dalla destra religiosa – mentre ben pochi paesi mussulmani sono liberal-democratici. Questa qualità per molti americani è decisiva. Scatta quindi una solidarietà di campo significante che è più forte di qualsiasi argomento realista. Nella mente della maggior parte dei governanti occidentali il mondo è a due colori – comunque lo era fino a Trump – uno per i paesi che cadono nell’area liberal-democratica, l’altro per chi non vi cade. Quelli che non vi cadono possono essere fascisti, comunisti, totalitarismi confessionali. È come in un gran campo da gioco dove si affrontano valori mescolati a interessi economici.
Mi si obietterà che gli Stati Uniti hanno appoggiato e appoggiano regimi niente affatto liberal-democratici, con cui hanno avuto o hanno rapporti stretti: Arabia Saudita ed Emirati arabi, Singapore, Egitto, Vietnam. In passato la Cina di Mao, la dittatura dello shah Reza Pahlavi in Iran, e vari altri regimi non certo democratici. Ma questo perché una politica basata sui valori non è mai pura, ovvero l’Imaginärepolitik si combina sempre alla Realpolitik, creando continuamente contraddizioni, controsensi, alleanze inaspettate. Il principio real-politico fondamentale è “il nemico del mio nemico deve essere mio amico”. Questa fu la base dell’alleanza USA-Cina negli anni 1970: per entrambi il nemico principale era l’URSS. Gli USA sostengono l’Arabia Saudita perché è in contrapposizione netta con l’Iran, che ha un atteggiamento estremamente aggressivo nei confronti degli americani e di Israele. E questo anche se di fatto l’Arabia Saudita ha finanziato e finanzia il terrorismo fondamentalista islamico; gli attentatori dell’11 settembre 2001 erano tutti sauditi. Analogamente, gli ottimi rapporti tra Stati Uniti e Vietnam comunista sono giustificati dalla loro simmetrica ostilità nei confronti della Cina. Ubi major, minor cessat. Uno stato è sempre dilaniato tra opzioni divergenti: deve farsi portatore dei valori metafisici che pensa di incarnare, ma anche del benessere della propria popolazione, della propria volontà di pace (quando c’è), delle tensioni tra le classi sociali, dell’opinione pubblica, ecc.
Insomma, le strategie non possono essere sempre win-win, perché i valori di solito implicano giochi a somma zero: mors mea, vita tua; vita mea, mors tua.