Alcuni amici mi spronano a prendere posizione contro la spaventosa guerra di Gaza. Sanno che in questi ultimi anni la mia posizione è passata da un’equivicinanza alla Palestina e a Israele, a una posizione di delusa equidistanza da entrambe[1]. Tuttavia dicono “possibile che non dici la tua di fronte all’assassinio di una popolazione per bombe e per fame?”
Li voglio accontentare. Dico qui la mia. La scrivo in grassetto e in rosso per renderla più eclatante:
CONDANNO I MASSACRI DELLA POPOLAZIONE A GAZA
PERPETRATI DA ISRAELIANI
Saranno contenti questi amici? Eppure, una volta fattolo, che cosa cambia? Anzi, ho fatto qualcosa o nulla?
Se fossi un leader non dico degli Stati Uniti d’America o della Cina, ma di un paese anche modesto, la cosa avrebbe un valore politico. Se dicessi questo essendo un generale israeliano, mettiamo, la cosa verrebbe riportata da tutti i giornali.
Ma detta così a chi serve? Certo non ai civili palestinesi chiusi nella morsa della loro Striscia.
Mi servirà per andare in paradiso dopo la mia morte? Non credo nel paradiso.
Può non dico la mia personale condanna di questa guerra, ma quella di milioni di persone come me che non contano niente, avere un minimo impatto sullo scontro in corso? Evidentemente no.
Prima di dire quel che penso di questa guerra – oltre alla condanna di un massacro che una volta finito non cambierà di molto la situazione – vorrei parlare però di un’altra cosa. Di crimini di guerra anglo-americani contro la Germania nel corso della 2° guerra mondiale. Dirò poi perché.
1.
Nel febbraio 1945, tre mesi prima della fine della guerra, le forze anglo-americane decisero di puntellare l’avanzata sovietica nella Germania Est con bombardamenti di centri industriali della Germania orientale. Venne scelta Dresda, splendida capitale della Sassonia. Gioiello barocco con due cattedrali cattolica e luterana, con la Madonna Sistina di Raffaello. Per due giorni, dal 13 al 15 febbraio, la città venne attaccata da centinaia di aerei che sganciarono sulla città 3900 tonnellate di bombe e ordigni incendiari. Come se non bastasse, ci fu un’altra incursione il 2 marzo successivo. Il 90% della città venne distrutta e ci furono oltre 25.000 vittime civili. Non vennero tanto colpite le fabbriche alla periferia della città, quanto il centro abitato.
L’operazione venne pianificata per ottenere il maggior numero di morti nel modo più spietato. Dopo la prima incursione notturna, tre ore dopo sopraggiunse una seconda tremenda ondata di bombardamenti che falcidiò pompieri e chiunque si stesse prodigando per spegnere gli incendi e soccorrere chi era rimasto sotto le macerie. Insomma, la distruzione di Dresda non aveva un fine militare preciso, fu per terrorizzare la popolazione. Oggi si parla di crimine di guerra. Lo scrittore Kurt Vonnegut, allora a Dresda come prigioniero di guerra americano, testimoniò della carneficina nel romanzo Slaughterhouse 5 (Mattatoio 5).
Quando si dice che colpire in modo feroce la popolazione civile è una crudeltà senza scopi militari, si dice una sciocchezza. Nuocere alla popolazione civile ha sempre, purtroppo, una grande utilità militare – perché, come sappiamo, la guerra è solo la prosecuzione della politica con altri mezzi. E la guerra si fa con qualsiasi mezzo, anche con traumi psicologici. Martoriare la popolazione rafforza il sentimento della popolazione contraria alla guerra, e sconvolge tanti militari impegnati al fronte. Se un soldato che abitava a Dresda il 15 febbraio 1945 avesse saputo che cosa era accaduto alla sua città, avrebbe cercato di abbandonare la propria posizione e sarebbe andato verso casa. (Non voglio dire che anche questo sia il fine del terrorismo israeliano a Gaza. Il punto è che a Gaza c’è una tale densità di popolazione, che se si vuole ammazzare un militante di Hamas si colpiscono almeno quattro persone attorno a lui che non sono di Hamas. Tutta la popolazione di Gaza era uno scudo umano. Ora non lo è più[2]. Ora gli scudi umani sono gli ostaggi israeliani di Hamas.)
Un generale non può avere scrupoli morali. Lui è pagato per vincere la guerra, a ogni costo. Purché la guerra resti all’interno degli obiettivi politici di cui essa è strumento. Un generale non ha bisogno di essere una persona malvagia per compiere crimini, deve essere pronto a commetterli se questi sono utili per vincere.
Ho citato il misfatto di Dresda ma potrei evocare tanti altri massacri – non inutili ma atroci – commessi dai “buoni” anglo-americani contro i “cattivi” tedeschi e giapponesi. Per trarne questa domanda fondamentale: queste stragi devono far cambiare il nostro giudizio politico ed etico sulla 2° guerra mondiale? Pochi risponderebbero dicendo di sì.
Si dirà: tedeschi e giapponesi hanno commesso crimini ancora peggiori. Indubbiamente. Ma in generale, le nostre valutazioni politiche dipendono dalle quantità di vittime che uno dei contendenti ha mietuto? E anche: il numero di morti, civili e militari, ha mai avuto un effetto decisivo sulle sorti politiche di un paese, di un esercito, di un popolo?
L’Unione Sovietica nella 2° guerra mondiale ebbe tra i 20 e i 27 milioni di morti (di cui 19 milioni civili), mentre la Germania ne ha avuto “solo” tra i 6,6 e i 8,8 milioni (di cui 2-3 milioni di civili). Questo dato può mettere in dubbio il fatto che l’URSS vinse la guerra e la Germania nazista la perse? Anche se sicuramente ci sarà da qualche parte un pacifista che dirà: “l’Unione Sovietica avrebbe fatto bene ad arrendersi subito per evitare quell’ecatombe”.
Disse una volta Stalin,
“Un uomo che muore è un commovente caso umano. Un milione di morti è statistica”.
Giudichiamo chi sta dalla parte giusta e chi dalla parte sbagliata sulla base di quante vittime fa l’una o l’altra parte? Insomma, stiamo da una parte piuttosto che dall’altra per mere ragioni statistiche?
Quando si dice che i morti sono tutti eguali, si dice una patente falsità: il numero e l’identità dei morti hanno valore solo all’interno di un discorso politico o affettivo, entro un sistema di valori che dà a quelle morti un senso forte o poco o nessun senso. Così, il fatto che la Germania abbia avuto tra 6,6 e 8,8 milioni di morti nel corso della 2° guerra mentre gli USA ne hanno avuti solo 407.000 è mai stata per qualcuno una ragione sufficiente per dire che i tedeschi sono stati vittime di un genocidio anglo-americano? Chi subisce più morti passa automaticamente nella posizione di vittima? Non è mai stato così. Se qualcuno urla “abbiamo avuto tanti più morti del nostro nemico!”, è l’aver avuto più morti una buona ragione per esser messi dalla parte della ragione?
Ci accorgiamo dei morti solo perché ne parlano i media. E non in trafiletti che pochi leggono o guardano. Può darsi che mentre scrivo siano in corso orrendi massacri in qualche parte del mondo detto in via di sviluppo, ma finché i media non ne parlano e non vi aggiungono qualche raccapricciante fotografia, per noi non esistono. Informare di questo e non di quello è di per sé un atto politico schierato. Potremmo dire, sulla scia di Umberto Eco, che i morti sono un prodotto mediatico? Non certo i morti in sé e chi li amava da vivi, ma il valore che a distanza diamo a essi certamente sì.
2.
Questi ragionamenti, che dovrebbero apparire ovvi se non ci fossero in gioco in noi ben altre passioni, si possono applicare anche all’indignazione per i massacri di Gaza. Il fatto che Hamas abbia ucciso “solo” 1139 civili israeliani il 7 ottobre 2023, mentre finora, al 1° ottobre 2025 – secondo i calcoli fatti – sono morti 66.000 civili palestinesi, è una ragione sufficiente per essere dalla parte della Palestina piuttosto che da parte di Israele?
Nella realtà il numero di vittime e distruzioni è per lo più un alibi. Si è fatta già prima una propria scelta di campo, per cui il numero delle vittime “nostre” viene usato come argomento propagandistico. Non solo le morti dei nemici, anche quelle dei “nostri” possono essere molto utili, anzi auspicabili. Li si eleva a martiri e in questo modo si fa proselitismo per altri martiri. In certi paesi che abbondano di giovani i propri morti, debitamente celebrati, servono a spingere tanti a candidarsi alla morte.
Quando Mussolini dichiarò nel 1940 guerra alla Francia quando questa era stata già messa in ginocchio dalla Germania, disse
“ho bisogno di un migliaio di morti per essere ammesso tra i vincitori ai colloqui di pace”.
Un centinaio non sarebbero bastati.
Capisco perfettamente l’impulso da parte di molti a portare aiuto a gente che soffre, magari attraverso la Flotilla[3]. Non si tratta di essere pro-Pal o pro-Israele, ma di pietà e simpatia per chi è colpito. È come quando incontriamo una persona sconosciuta che si accascia per strada per un malore: il nostro istinto è di soccorrerla, e non ci chiediamo prima se non sia magari un farabutto che farebbe meglio a morire. Si tratta di un riflesso incondizionato a essere buoni Samaritani. Tutt’altra cosa è quando viene sfruttata la pietà umana – anche la propria – per ottenere fini politici. Ed è questa la strategia di Hamas. Possiamo dire che Hamas è non meno responsabile di questo massacro del governo israeliano.
Negli anni 1960 ero, come tutti i sedicenti comunisti, “per la pace in Vietnam”. Ovvero, avrei voluto che quella orrenda guerra finisse. Ma il discrimine veramente politico era: che finisse come? Noi della sinistra volevamo che gli americani si ritirassero e che tutto il Vietnam si riunificasse sotto l’egida del partito comunista del Vietnam del Nord. Cosa che sarebbe di fatto accaduta, ma proprio grazie a una lunga e orribile guerra, non certo evitandola. Volevamo sì che la guerra finisse, ma con la vittoria dei “nostri”. Da qui l’ambiguità di ogni pacifismo, anche di quello papale: invoca una pace che ognuno dice di voler perseguire, senza precisare mai a vantaggio di chi.
Dopo tutto, tutti i politici vogliono la pace. Si inizia una guerra sperando di vincerla subito con un blitz, col minimo spargimento di sangue. Anche Putin invadendo l’Ucraina voleva la pace: sperava di occupare Kiev e poi tutta l’Ucraina in una diecina di giorni, incontrando scarsa resistenza. Come non aveva trovato alcuna resistenza nel 2014 occupando la Crimea. Non pensava che gli ucraini invece questa volta avrebbero reagito in modo molto efficace, inchiodando l’armata russa per oltre tre anni in una guerra di posizione nel Donbass.
Ho sentito di recente alcuni dire con sicumera che i russi da oltre tre anni hanno scelto strategicamente una guerra di logoramento, come con le trincee della 1° guerra mondiale. Chi non capisce nulla della guerra tende a pensare che tutto quel che accade è già deciso prima a tavolino. La verità è che i russi contavano su una guerra-lampo, ma hanno fallito.
Come scrisse von Clausewitz, l’intento di una guerra è disarmare l’avversario, il che significa fare la pace. È per raggiungere la pace – la mia pace, quella che a me fa comodo – che si fanno tante guerre. In questo senso anche Hitler era pacifista: pensava che una volta conquistata mezza Europa la Gran Bretagna chiedesse la pace, lasciandogli godere il suo dominio sul continente e il suo progetto di tranquillo sterminio degli ebrei. Fino alla fine diceva con convinzione che la guerra l’aveva voluta Churchill, non lui.
Insomma, voglio dire qualcosa che le hegeliane “anime belle” non vogliono sentire: che una cosa è la reazione umana di compassione e di soccorso nei confronti delle vittime di una guerra, altra cosa è il giudizio politico.
Non a caso perdoniamo sempre i “nostri” quando commettono eccidi. Ci diciamo “disapprovo quel massacro, ma il fine era buono, anche se i mezzi possono essere sbagliati”. Con questo scarto di pesi e di misure tanta brava gente ha potuto passar sopra al Gulag staliniano, ai bombardamenti atomici sul Giappone, ai campi di sterminio nazisti, ai milioni di morti della Rivoluzione culturale cinese, ai milioni di vittime dei khmer rouges in Cambogia, ai massacri in Rwanda del 1994, e a tante altre imprese. Quando gli eccidi sono commessi dai “buoni”.
I morti, pochi o molti, in politica hanno valore politico, non esistenziale.
Per valore esistenziale intendo l’importanza che ognuno di noi può dare a certe vite umane, innanzitutto a quelle dei propri cari e alla propria. Non a tutte quindi, perché rispetto alle tante morti che avvengono nel mondo, ben poche ci interessano. Per esempio, chi mai si scompone per l’1,3 milioni di morti per incidenti automobilistici ogni anno? Nessuno si è mai levato a denunciare il “genocidio stradale”. Morire stritolato da un camion non ha alcuna importanza, non commuove nessuno. Quanto alle tante morti sul lavoro, ogni tanto qualcuno se ne ricorda, la cosa crea un po’ di trambusto, e poi tutti presto se ne dimenticano. Eppure qualcuno potrebbe trovare un valore politico persino nelle morti per il traffico. Ad esempio, nei paesi poveri avvengono tre volte più incidenti, in rapporto alla popolazione, dei paesi a più alto reddito. Ecco un tema di denuncia post-coloniale.
3.
Se quindi facciamo l’operazione chirurgica – di cui non tantissimi sono capaci – di separare le proprie reazioni empatiche dalla valutazione politica, possiamo dire alcune cose spassionate sul conflitto palestino-israeliano di cui la guerra a Gaza è solo, ahimè, uno dei tanti episodi. Un conflitto che prosegue da circa 80 anni e che proseguirà, a meno che il pianeta non imploda, ancora per un tempo molto lungo.
Il fatto saliente è che – dopo le brevi speranze create dagli accordi Oslo 1 e Oslo 2 (1993 e 1995) – nessuno dei due popoli, l’israeliano e il palestinese, riconosce l’esistenza dell’altro. Il moderato Al Fatah, disposto a un reciproco riconoscimento tra i due stati, è stato marginalizzato all’interno della Cisgiordania a tutto vantaggio di Hamas. Questa vuole distruggere non solo Israele ma trasformare tutta la Palestina in uno stato islamico sul modello iraniano. I sondaggi dicono che se si facessero libere elezioni in Cisgiordania, anche là vincerebbe Hamas senza alcun dubbio[4]. Sulla sponda israeliana, la sinistra moderata è stata scalzata sempre più da una destra integralista, fanatica e teocratica, che non riconosce alcuno stato palestinese e che mira al possesso completo della Cisgiordania. Nei due popoli, insomma, ha vinto simmetricamente il presupposto di illegittimità dell’esistenza dell’altro, insomma l’intolleranza. In termini più crudi, prevale la volontà (tacita) di ciascun popolo di eliminare fisicamente l’altro.
Certo che il sogno di tanti israeliani sarebbe quello di massacrare tutti i palestinesi dal primo all’ultimo; come è certo che la voglia di massacrare gli ebrei (non solo gli israeliani) animi i cuori di tanti palestinesi. La voglia di genocidio fiorisce da entrambe le parti. Con la differenza che Israele ha più forza per poterlo fare, ma la Palestina hamasiana se potesse farebbe altrettanto. Ci dovremmo chiedere più spesso: il popolo A è stato massacrato dal popolo B, ma chi ci dice che A non avrebbe massacrato B se ne avesse avuto la forza?
“Li si dovrebbe uccidere tutti!”.
Certo le persone educate e rispettabili non diranno mai una frase del genere sui media o nei salotti nei confronti dei nemici. Ma bisogna lasciar parlare tanta gente a casa attorno a un bicchiere di vino, oppure origliare i discorsi che fanno al bar o al ristorante – l’ho fatto a lungo – per capire che i sentimenti politici delle brave persone sono spesso del tutto scellerati.
Nel 1980, all’epoca delle grandi proteste polacche contro il regime filo-sovietico di allora, dei militanti comunisti italiani – brave madri e bravi padri di famiglia – esclamavano con gli occhi iniettati di sangue: “I polacchi si rivoltano perché sono cattolici. Bisognerebbe ucciderli tutti!” Non era un’interiezione iperbolizzante, era un progetto politico che consideravano del tutto proponibile e legittimo. Poi, nel corso degli anni, ho sentito spesso teorizzare “soluzioni finali” per molti popoli. Dopo l’11/9 del 2001, ho ascoltato alcuni conoscenti americani, di destra, dire che il modo migliore di disfarsi del terrorismo islamico era di “ucciderli tutti”. Facevo loro notare che gli islamici nel mondo sono oltre 2 miliardi, ¼ della popolazione umana, che insomma quell’operazione sterminio era un progetto un po’ troppo ambizioso. E ho sentito tanti progettare di finire i propri avversari politici con fucilazioni o decapitazioni, di disperdere le popolazioni ostili. Proposte genocidarie di questo tipo sbocciano oggi anche sia tra gli ucraini che tra i russi. Non hanno il modo di passare dalle parole ai fatti come Hitler, ma la voglia è quella.
Questo progetto inconfessato di sterminare l’avversario spiega un aspetto che appare stravagante: l’impegno di certa leadership israeliana ad annettersi la Cisgiordania o West Bank. In Cisgiordania vivono 2 milioni e 200.000 palestinesi. Questo vuol dire che Israele è pronta a mettersi la mina palestinese entro il proprio stesso territorio[5]. Qualche hanno fa ha innalzato un muro orrendo per separare palestinesi e israeliani – muro che di fatto ha quasi azzerato il terrorismo all’interno di Israele – e ora invece vogliono abbattere questo muro e mettersi dentro una popolazione che odia Israele? Vogliono portare il conflitto dentro le proprie stesse frontiere? Questo piano bizzarro però acquista senso se ipotizziamo che Israele voglia annettersi solo la Cisgiordania, non i cisgiordani, pensando evidentemente di annullarli in qualche modo.
A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.
4.
Il guaio, per Israele, è che i palestinesi non li vuole nessuno. Sia la Giordania che l’Egitto, i paesi confinanti, hanno detto chiaro e tondo che non hanno alcuna pretesa né sulla Cisgiordania né su Gaza. Evidentemente i palestinesi sono una patata bollente che tutti pensano sia meglio lasciare agli israeliani. Nessuno dei pro-Pal dice che l’Egitto è perfettamente complice degli orrori di Gaza: da tempo ha chiuso le frontiere con la Striscia, i palestinesi non possono scappare a Sud verso l’Egitto. I palestinesi hanno scavato un sistema di grotte segrete per connettere Gaza all’Egitto, e le forze di difesa israeliane le faranno saltare una per una. Per molti stati arabi Israele compie il lavoro sporco che loro stessi vorrebbero compiere, ma non possono. Il solo paese islamico che sostiene davvero i palestinesi è l’Iran, odiata però da tutti i paesi arabi sunniti. Israele insomma ha accettato di giocare il ruolo del macellaio nell’eliminazione di un popolo che tanti arabi auspicano.
Alcuni europei ingenui dicono: “La Palestina deve essere uno stato indipendente riconosciuto dagli altri paesi, ma senza Hamas”. Si vuole una Palestina “buona” genere Mulino Bianco, che accetti l’esistenza di Israele, di diritto e di fatto. Ma è un’auto-mistificazione, perché, come ho detto, i palestinesi vanno sempre più verso Hamas. Nelle elezioni del 2006 a Gaza, Hamas ha democraticamente vinto[6]. Insomma, sono i palestinesi che vogliono la distruzione di Israele come sono tanti israeliani a volere la distruzione del popolo palestinese. Volere una Palestina senza Hamas è come volere un’Italia senza la religione cattolica, mettiamo. O è come dire oggi “una Russia senza Putin” – ma l’80% circa dei russi è con lui!
È impressionante come nelle due popolazioni ci siano gli stessi tassi di persone che credono in un avvenire di pace permanente per i due popoli versus chi pensa che la pace non ci sarà mai. In entrambi i popoli i pessimisti sono il triplo degli ottimisti. Come illustra in modo spettacolare questa tabella[7]:
| Israele | Cisgiordana, Gerusalemme Est | |
| Pace possibile | 21% | 23% |
| Pace impossibile | 63% | 65% |
Sarebbe ingenuo leggere queste risposte al sondaggio come una sorta di pronostico storico: in realtà esse significano un auspicio. Conclusione: nessuno dei due popoli vuole veramente la pace. Così, quando i buoni e saggi europei ripropongono la convivenza dei due stati – come stabilì nel 1948 l’ONU – essi fanno i conti senza l’oste, o meglio, senza l’hostis, senza il nemico.
È questo oggi il dramma della democrazia, ragion per cui essa è ormai sul viale del tramonto: che sempre più le masse democraticamente scelgono partiti o leader bellicosi, fanatici, intolleranti, insomma anti-democratici. Putin, Trump, Hamas, Erdogan, Orbán, e tanti altri, sono leader anti-democratici scelti democraticamente.
Qualcuno ha fatto notare che le grandi manifestazioni pro-Pal hanno dimenticato di evocare un piccolo particolare: che Hamas non ha mai voluto restituire gli ostaggi israeliani, o quel che ne rimane. Ora, Netanyahu ha detto che, se tutti gli ostaggi verranno restituiti, fermerà le operazioni belliche. Non so se a questo punto lo farebbe davvero, comunque è chiaro che non liberare gli ostaggi è un modo di inasprire e radicalizzare la guerra. Come spiegare questa scelta di Hamas di far proseguire una guerra in cui essa non ha che da perdere?
La risposta è che Hamas, dato l’universo di valori in cui è avvolta, non pensa affatto che stia perdendo questa guerra. Lo scempio del popolo di Gaza non significa affatto ipso facto la sconfitta di chi l’ha diretto per 19 anni.
Da sempre, prima con lo stillicidio dei razzi mandati contro il territorio israeliano[8], poi con gli eccidi del 7 ottobre 2023, Hamas aveva un solo vero obiettivo strategico: far attaccare militarmente Gaza dagli israeliani. Israele in un certo senso è caduta nella trappola: è passata a commettere quegli eccidi che avrebbero sbigottito il mondo e le avrebbero alienato le simpatie. Intanto Hamas ha ottenuto, vittoria tattica, la sospensione degli accordi di Abraham che avrebbero isolato ancor più Hamas e la Palestina[9]. Più ci sono morti palestinesi, più Hamas gongola politicamente. Essa sa che questa guerra aumenta di molto la sua popolarità nel mondo arabo, e sono convinto che essa stia già infoltendo le proprie schiere pur decimate. Gli arabi sono tanti, per cui più militanti di Hamas uccidi, più altri ne verranno. Far massacrare il proprio popolo è parte di una campagna di reclutamento mondiale. Questo perché gli orizzonti temporali di un movimento teocratico come Hamas sono del tutto diversi da quelli dell’Occidente industrializzato.
Un governo occidentale ha un orizzonte di 4 anni, bene che vada di 8, benissimo che vada di 10. I benefici che le popolazioni occidentali si aspettano devono essere immediati, o comunque, siccome gli effetti di una politica non sono mai immediati, che almeno essi appaiano tali agli elettori. Movimenti teocratici come Hamas hanno invece prospettive più o meno secolari. Non importa se il proprio popolo viene umiliato, massacrato, ridotto alla fame: l’importante è chi vincerà alla fine dei tempi, o quasi. I viventi possono sacrificarsi per i posteri, tanto chi muore per la propria identità islamica andrà sicuramente in paradiso. In un paradiso fra l’altro invidiabile, con vergini disponibili dagli occhi bruni e fiumi di latte e miele. I cristiani di oggi invece de facto non credono nel loro austero paradiso: vogliono godere della vita subito.
In conclusione, l’intero popolo di Gaza serve da carne da cannone di Hamas. E questo uso di sé, sottolineo, è accettato da una massa crescente di palestinesi. L’odio per gli ebrei è tale che, come Sansone con i filistei, tanti sono disposti a soccombere pur di far morire l’avversario.
Dice tutto un attentato suicida di anni fa[10]. Una ragazza palestinese si caricò di esplosivo, scelse una ragazza israeliana sconosciuta che passava per caso, e si fece esplodere uccidendo entrambe. Si può sempre pensare che un kamikaze che uccida cinque infedeli contro uno, sé stesso, faccia un buon affare in termini escatologici. Ma uno contro uno, sembra non esserci alcun vantaggio. Il punto è che nell’odio puro, come nell’amore puro, non c’è mai vantaggio: in entrambi i casi si è pronti a dare la propria vita, per la vita dell’amato o per la morte dell’odiato.
5.
Queste mie riflessioni mirano a proporre una qualche soluzione politica?
Niente affatto. Anche perché che valore potrebbe avere una “soluzione saggia” in un mondo dilaniato da tali passioni odiose e amorose? Se potessimo tornare indietro nel tempo, come in certi film americani back to the future e forward into the past, precisamente nel 1948, quando l’ONU stabilì le due nazioni palestinesi, l’araba e l’ebraica, allora si potrebbero convincere gli arabi della Palestina che la cosa migliore sia quella di formare subito uno stato palestinese, dato che gli ebrei avevano già provveduto. Li si potrebbe convincere con il senno di poi. Ma questa è fantascienza.
Mi si dice che la mia posizione di equidistanza è comoda e codarda, che è possibile solo perché non vivo in prima persona quella tragedia. Credo invece che proprio il fatto di non essere personalmente coinvolto – non sono ebreo né arabo né islamico – sia un’opportunità che bisogna cogliere per vedere finalmente le cose in modo completo, meno compromesso da astratti e concreti furori. Di solito invece facciamo il contrario: non appena c’è un conflitto lontano da noi, l’impulso è voler parteggiare per l’uno o per l’altro, proprio come in una gara sportiva. Tifare per uno o per l’altro rende lo spettacolo più divertente. Nel 2022, poco dopo l’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, un adolescente incontrato per caso mi chiese “Lei tifa per i russi o per gli ucraini?” Rimasi sconcertato. In un altro periodo avrebbe potuto chiedermi se ero per la Roma o per la Lazio. “Per chi tifi?”, appunto. Il che significa addolorarsi per i morti “nostri” e rallegrarsi per i morti “loro”. Posso capire che alla scuola media si possa tifare per gli achei o per i troiani, ma come farlo per una tragedia che sta accadendo nell’attualità? Molto spesso non si coglie l’ottima occasione per non schierarsi in un conflitto.
Proprio perché non sono personalmente minacciato che sento il dovere di vedere il fondo delle cose. Ovvero, che la guerra tra palestinesi ed israeliani rischia di essere secolare perché alla fin fine nessuno accetta l’esistenza dell’altro. Perciò la guerra diventa “esistenziale”, ovvero per la vita o per la morte della propria nazione. Vita mea mors tua, mors mea vita tua. Questo moltiplica la furia bellica. Così Putin è riuscito a convincere gran parte dei russi che in Ucraina non ne va della vita o della morte dell’Ucraina, ma della vita e della morte della Russia stessa. Loro pensano che se non distruggono l’Ucraina, l’Occidente distruggerà la Russia.
Ma davvero l’essere umano è un animal rationale?
Non posso approvare i miei amici di sinistra che, sdraiati in una villa con piscina in Italia o in California, dicono e scrivono di approvare l’idea palestinese radicale di eliminare Israele e metter su una Palestina in cui ebrei e arabi possano vivere assieme, in pace. Credere che una cosa simile sia possibile è non capir nulla di politica o essere in malafede, anche se le due cose spesso si amalgamano. Se questa Palestina edenica fosse democratica, sarebbe essenziale sapere chi ne comporrebbe la maggioranza, perché una maggioranza può sempre opprimere democraticamente una minoranza. E come si può credere che dopo 80 anni di odio crescente tra i due popoli, essi possano convivere come se nulla fosse stato, come francesi tedeschi e italiani nella placida e prospera Svizzera? Il loro progetto politico è allo stesso livello della Riviera di Gaza sognata da Trump.
Per cui era forse nel giusto il pessimismo storico degli Antichi. Scriveva Agostino d’Ippona:
«Chiunque spera un bene così grande [la pace] in questo mondo e su questa terra, si comporta davvero come uno sciocco.»
(De civitate Dei, 17, 13).
NOTE
[1] “Israeliani e Palestinesi: Dalla mia equivicinanza alla mia equidistanza”, Le parole e le cose, 20/11/2023, https://www.leparoleelecose.it/?p=48148
[2] Non lo è più perché ormai l’esercito israeliano non ha alcuno scrupolo a colpire gfli scudi umani, ovvero I civili.
[3] Mentre scrivo, la sfida Flotilla-Israele è ancora in corso. Ma è ovvio che la Flotilla non riuscirà mai a portare gli aiuti promessi a Gaza. L’azione è dimostrativa, insomma è propaganda, non servirà certo alla gente di Gaza. Una propaganda che approvo, ma che resta propaganda.
[4] Sondaggio del maggio 2025 (da parte del Palestinian Center for Policy and Survey Research, https://www.pcpsr.org/en/node/997). In Cisgiordania oggi Hamas avrebbe il 32% dei voti contro solo l’8% dei voti di Al Fatah. Cumulando con Striscia di Gaza: 32% ad Hamas e 12% ad Al Fatah. Da notare che più della metà della popolazione non andrebbe a votare (Cisgiordania 58%, tutta la Palestina il 53%). Conclusione: in Palestina la democrazia ha fallito completamente.
[5] Faccio notare che se Israele desse piena cittadinanza ai mussulmani palestinesi della Striscia di Gaza, della Cisgiordania e di Gerusalemme Est (come l’ha data ai mussulmani che vivono all’interno di Israele), allora il numero di palestinesi islamici (7 milioni e 870 mila) sarebbe più alto degli ebrei che vivono in Israele attualmente (7 milioni e 760 mila), insomma, Israele non sarebbe più un paese a maggioranza ebraica. Israele fu fondata proprio sulla base del criterio di avere una nazione a maggioranza ebraica.
[6] Non diversamente da quel che accadde in Germania dal 1933 in poi, dopo questa vittoria di Hamas non si sono avute più elezioni fino a oggi a Gaza.
[7] Effetto di un sondaggio Gallup, agosto 2025.
[8] Dal 2005 fino al 2023 da Gaza sono stati lanciati oltre 20.000 razzi e mortai
[9] Gli Accordi di Abraham, non ancora firmati, prevedono la normalizzazione diplomatica tra Israele da una parte, ed Emirati Arabi, Bahrain, Sudan e Marocco dall’altra.
[10] Yoram Schweitzer, Female Suicide Bombers: Dying For Equality? ed. Yoram Schweitzer, Memorandum no. 84, Tel Aviv: Jaffee Center for Strategic Studies at Tel Aviv University, 2006.
2 pensieri riguardo “A proposito della guerra di Gaza: cosa significa impegno politico?”