1.
Negli ultimi decenni è fiorita un’immensa letteratura di critica della società di oggi, in quanto questa sarebbe dominata completamente da principi neoliberali. I riferimenti forti di questa letteratura di denuncia della forma di vita contemporanea sono la scuola di Francoforte, Foucault, Deleuze e Guattari, e altri.
Si tratta però oggi di una denuncia anacronistica dopo il 2008, dopo il declino delle formule neo-liberali, che in effetti avevano prevalso dagli anni 1980 in poi, e che si espressero nel Washington Consensus. La crisi economica del 2008 è stata affrontata, invece, con iniziative del tutto anti-liberiste – gli stati e le grandi strutture politiche (incluse le grandi Banche centrali) sono intervenute massicciamente nei processi economici, ragion per cui è rifiorito in modo decisivo il keynesismo. All’epoca il solo paese a evitare la recessione fu la Cina, che non aveva mai seguito la ricetta neo-liberale grazie a una politica di investimenti pubblici e di massiccio intervento dello stato. La Russia dopo l’URSS negli anni 1990 seguì invece in modo pedissequo le direttive liberiste, pagando un prezzo alto in termini di disgregazione economica e civile. Oggi è la Cina di Xi Jinping, non il liberalismo di Milton Friedman, il modello a cui sempre più gran parte del mondo guarda.
Il colpo di grazia al neo-liberalismo è venuto soprattutto dalla crisi per l’epidemia di coronavirus nel 2020-2021, a cui si è aggiunta nel 2022 la guerra in Ucraina. I vari stati sono intervenuti, chi più chi meno, per evitare una crisi economica catastrofica, trasgredendo i dogmi liberisti che vietano l’intervento economico dello stato. I governi europei hanno dovuto in men che non si dica cambiare drasticamente i loro rifornimenti di petrolio abbandonando la Russia, cosa che solo degli stati potevano effettuare. La politica di riarmo a cui si avvia l’Europa dà il colpo di grazia al liberismo nella misura in cui le industrie militari hanno come loro cliente finale lo stato.
Insomma, siamo in piena fase di ripiego del liberismo. Comunque, la mia critica alla denuncia del neo-liberalismo non mira a mostrare che questa critica uccide una teoria morta, ma a mostrare gli errori concettuali di essa.
È interessante la fortuna del significante neoliberale. In molte lingue, italiano compreso, per liberalismo si intende ciò che nei paesi anglo-americani si chiama free market theory, mentre negli Stati Uniti il termine liberal designa quella che per noi è la sinistra socialdemocratica. Questa ambiguità non è casuale, anzi è una chiave per capire il fondo non detto della critica al neoliberalismo. In molte lingue e culture politiche “liberale” significa in effetti chi è per i diritti civili, in particolare per i diritti delle minoranze anche sessuali, delle donne che non sono minoranza ma considerate ‘minori’, ecc. Ovvero, per liberale si intende proprio quella cultura da cui provengono per lo più i critici del neoliberalismo. Quando Orbán ha lanciato lo slogan della “democrazia illiberale” voleva affermare una democrazia nella quale certi diritti vengono negati, ad esempio i diritti delle opposizioni, dei LGBT+, ecc. In questo saggio distinguerò quindi accuratamente il liberalismo – la cui teoria risale a J.S. Mill, Gobetti… – dal liberismo come teoria del laissez-faire economico da parte di uno stato minimalizzato.
Questi critici per neoliberalismo intendono l’assetto anche culturale della società capitalista del mondo iper-industriale e, aggiungerei, a regime democratico pluralista. In realtà, come vedremo, queste critiche in modo obliquo si volgono proprio contro la società liberal, nel senso di democratica di sinistra.
Quindi, per neoliberalismo i suoi critici intendono una forma di capitalismo che andrebbe oltre la dottrina economica neoliberale – principalmente ordo-liberalismo tedesco, F.A. von Hayek, scuola di Chicago. Alcuni di loro, rimasti fedeli alla nozione marxista di ideologia come falsa coscienza, parlano di ideologia neoliberale.
Dalla massa pubblicistica scelgo di occuparmi di un solo testo, Psicopolitica[1] del filosofo coreano-tedesco Byung-Chul Han. È un libro scritto insomma in epoca di pieno declino delle formule liberiste, inattuale. Mi riferirò a questo non perché sia il contributo più acuto in questo filone di pensiero, ma perché il suo autore è oggi tra i più citatti e presenta in modo particolarmente didascalico la posizione anti-neoliberale.
2.
In questo testo, come in tanti altri, di «critica del capitalismo come ideologia» – per abbreviare li chiamerò critici dell’ideologia – si attacca senza sosta la cosiddetta ideologia capitalista neoliberale. Questa sarebbe una teoria puramente meritocratica, secondo la quale noi stessi come singoli soggetti saremmo in ultima istanza gli artefici del nostro destino economico, insomma tutto dipenderebbe dalle nostre qualità personali. In altre parole, l’ideologia ci dice di auto-colpevolizzarci se diventiamo poveri o non raggiungiamo i successi sociali che avevamo sognato. «Nella società della prestazione neoliberale – scrive Byung-Chul[2] – chi fallisce, invece di mettere in dubbio la società o il sistema, ritiene sé stesso responsabile e si vergogna del fallimento».
Ora, se questa fosse l’ideologia liberale, essa sarebbe davvero derisoria. Lo sanno anche le pietre, incluse le pietre liberali, che una persona nata povera ha un’alta probabilità di restare povera, mentre una persona nata ricca ha un’alta probabilità di restare ricca. I casi di mobilità, in un senso o nell’altro, non sono la regola. Le grandi scalate di rango sociale certo sono portate come modelli, ma tutti sappiamo che se stiamo in basso è probabile che non ce la faremo ad andare molto più su. Il liberismo intelligente non ha mai sostenuto seriamente un’ingenuità di tipo “tutto merito individuale”. Gran parte della critica dell’ideologia costruisce insomma a fini polemici una caricatura del liberalismo, confuso con un liberismo ingenuo.
Se un teorico liberale parla di merito (può capitare), non intenderà certo il merito personale, ma il livello di efficienza che quella persona o impresa raggiungerà. Non è una valutazione etica del merito, è il merito considerato rispetto ai risultati e alle potenzialità. Se un bravissimo chirurgo viene molto richiesto e quindi guadagna di più rispetto a un altro meno bravo, quel che interessa la teoria liberale non è come e perché quello sia diventato più bravo dell’altro, ma che il meno bravo non faccia carriera più di quello bravo solo perché è parente del principe, oppure perché appartiene al gruppo etnico o al partito dominante. Il concetto di “merito” insomma non è una valutazione morale, è un concetto intrinseco alla teoria liberale in quanto valorizza la competizione, anche tra chirurghi. O tra filosofi.
La teoria del capitale umano, che questi critici mettono al vertice della concezione neoliberale, dice il contrario di quanto le si fa dire. Questa teoria non dice affatto che partiamo tutti da un piede di parità e poi “i nostri meriti” ci danno il successo mentre i demeriti ci fanno fallire. Dice, al contrario, che quel che conta, quando entriamo nel mondo del lavoro, è il capitale umano che abbiamo accumulato nell’infanzia e nella gioventù, e questi capitali sono molto diseguali. Dipende dal fatto che i nostri genitori fossero colti o incolti, da quali trasmissioni televisive seguivamo negli anni di formazione, da dove da piccoli ci portavano in vacanza, ecc. Nel capitale umano sono incluse le relazioni sociali nel loro insieme, che per lo più provengono dall’ambiente dei genitori. Capita così che tra due giovani che si laureano alla stessa età in Economia e Commercio, uno è figlio di un intellettuale: diventerà professore universitario o consulente di grandi corporations. L’altro è figlio di povera gente: finirà impiegato in una banca minore. Certamente l’istruzione scolastica è un grande strumento di redistribuzione del capitale umano, ma di solito non è sufficiente. Non a caso i teorici del capitale umano insistono proprio sulle condizioni non-economiche di fondo che possono permettere agli individui di competere su un reale piede di parità. Alcuni giungono a proporre un wedfare, una consulenza sociale per trovare il coniuge giusto ed evitare di fare scelte matrimoniali che si riveleranno catastrofiche.
Il vero grande argomento neoliberale, ovvero capitalista, quello che ha portato al crollo del comunismo nei paesi del socialismo reale, è che il capitalismo produce più ricchezza dei sistemi socialisti. Questo è l’essenziale. Certo poi resta il problema di come redistribuire questa maggior ricchezza prodotta dal capitalismo, ma l’argomento liberista veramente forte è nel fondo questo. Ora, tutti i numerosi critici accademici del liberalismo mai evocano questo punto.
Ed è indubbio che anche se nei paesi più ricchi esistono sacche di povertà e marginalità, una persona di basso rango sociale nelle società più ricche ha un livello di vita maggiore di una persona dello stesso rango sociale in società più povere. Era chiaro che nel 1989 un operaio italiano della Fiat avesse un livello di vita superiore rispetto a un omologo operaio dell’URSS in una fabbrica della Lada.
3.
Secondo Byung-Ciul Han (da ora BCH) nella società neoliberale prevale il sentimento depressivo: chiunque non ha avuto il successo che sperava, pensa che sia colpa propria e si affligge.
Questa depressività maggiore nelle società neoliberali è tutta da dimostrare, in verità. Gli epidemiologi non constatano una diffusione maggiore della depressione nelle culture industriali avanzate.
Le statistiche ufficiali sui tassi di depressione nei vari paesi vanno prese con molta cautela, in quanto non tengono contro delle differenze diagnostiche tra paese e paese. Comunque, secondo l’OMS e il GHO (Global Health Observatory), nel 2022 i paesi con più depressi erano, in ordine decrescente, Cina, India e Stati Uniti[3]. Seguiti da Brasile, Russia, Indonesia e Pakistan. Per esempio – e nessuno lo sa – il paese con maggior problemi di abuso di alcool e droghe è la Cina. I paesi con meno depressi sono in Oceania e nell’Estremo oriente, come Samoa, Laos, Nepal e Filippine. Come si vede, si tratta di paesi molto diversi per assetti economici, politici e culturali. Non emerge alcuna correlazione tra depressioni in senso clinico e società neoliberali.
Per esempio, risulta che le donne in genere siano più predisposte alla depressione. Forse perché il loro sesso le espone a un maggior impatto della cultura neoliberale? Per esempio, l’impatto nelle società di certe religioni molto “colpevolizzanti” può far capire meglio la frequenza delle depressioni dell’impatto dell’ideologia liberale secondo BCH.
Si è depressi per tante ragioni, e non solo per senso di colpa. Se si perde una persona cara, si può essere molto depressi, ma non perché ci si considera responsabili della morte di questa persona.
Una corrente psicoanalitica, detta kleiniana, parla di posizione depressiva. Secondo questa corrente, quando un soggetto raggiunge la posizione depressiva, questo di solito è un progresso, perché significa che si è abbandonata la posizione paranoidea. Questa posizione psicotica si impernia sul senso persecutorio, sul fatto che «tutta la colpa è di altri». Significa questo che la corrente kleiniana, fiorita a partire dagli anni 1930, era una variante psicoanalitica di pensiero neoliberale? Comunque, è un dato dell’esperienza clinica che la maggior parte di chi viene dagli analisti è in una posizione paranoidea, non depressiva.
È quel che aveva visto già Nietzsche:
L’uomo al quale non riesce qualcosa preferisce addebitare questo suo insuccesso alla cattiva volontà di un altro anziché al caso. La sua irritazione si mitiga al pensiero che alla base della cattiva riuscita vi sia una persona e non una cosa; infatti di una persona ci si può vendicare, mentre bisogna ingoiare le nequizie del caso.[4]
Insomma, mi sembra che questi critici del mondo neoliberale si facciano paladini della posizione paranoidea nel campo sociale ed economico, quella che già Nietzsche rigettava. Se le cose mi vanno male, c’è un responsabile fondamentale, pervasivo, ubiquo: l’ideologia neoliberale, origine di ogni male. Come se molti dei mali denunciati da questi critici non fossero già presenti nelle società pre-capitaliste. Questi critici forniscono un persecutore jolly a tutti coloro che addebitano i loro scacchi a un maligno non ben definito.
La sterminata predica anti-neoliberale rimprovera al sistema di oggi di colpevolizzare gli individui per i loro scacchi. Il che può essere positivo, decolpevolizzare è sempre liberatorio. Ma questi critici non fanno altro che spostare la colpa dal singolo al sistema neo-liberale, insomma, restano sempre all’interno di una logica della colpa. L’importante è trovare il colpevole, come in un thriller. Laddove invece sarebbe il caso di uscire del tutto da una logica della colpa e dell’innocenza: prima di tutto, occorre capire che le cose funzionano così. Anche la sinistra è del tutto soggetta al modulo del Giudizio Universale: per essa più che capire, occorre giudicare i vivi e i morti, assolversi o condannarli per sempre. A chi scrive, non interessa prima di tutto giudicare il mondo, ma capire soprattutto che cosa è il mondo.
È consolatorio per tanti scrittori che non riescono ad avere alcun successo pensare che la responsabilità del loro fiasco sia il sistema neoliberale dell’editoria, anziché riflettere sulla propria mancanza di talento, sul non voler ascoltare le critiche e nel rifiutare l’editing, e su altre sordità. Conosco vari saggisti che non riscuotono alcun successo accusare i propri potenziali lettori. Molte critiche neoliberali si fanno complici di una rigidità narcisistica che impedisce di mettersi in discussione e di cambiare il proprio modo di essere.
4.
L’idea di fondo di BCH è che bisogna superare l’idea foucauldiana di biopolitica, perché oggi il “regime neoliberale” applica un’efficace psicopolitica, ovvero, non si tratta più tanto di controllo sui corpi ma di controllo sulle anime. Scrive BCH:
La tecnica di potere del regime neoliberale ha una forma subdola. Non si impadronisce direttamente dell’individuo: piuttosto, si preoccupa che l’individuo agisca in autonomia su sé stesso così da riprodurre da sé il rapporto di dominio e, di conseguenza, da interpretarlo come libertà[5].
Insomma, in questa forma di capitalismo saremmo allo stesso tempo carcerieri e carcerati. Non c’è più, come nel Panopticon di Bentham ripreso da Foucault, un carceriere che osserva e dei carcerati osservati, ma «ciascuno è il panoptico di se stesso»[6]. In effetti, BCH scopre, un secolo dopo, quel che Freud aveva chiamato Super-Io, insomma scopre l’ombrello.
Ma la biopolitica – nel senso datole da Foucault – è anche sempre psicopolitica. In tutta la Storia della sessualità di Foucault la biopolitica è sostanzialmente psicopolitica. O BCH crede nel dualismo mente-corpo?
Ad esempio scrive: «La demografia non è una psicografia: non dà accesso alla psiche». Ora chi scrive ha studiato demografia, da giovane mi occupai in particolare degli effetti demografici del controllo delle nascite; perciò sa bene che è una falsità. La demografia, coinvolgendo profondamente i comportamenti sessuali, mette le scelte “psichiche” individuali in primo piano. L’esplosione demografica del pianeta nel corso dei secoli XIX° e XX° è dovuta sia al miglioramento delle condizioni di vita, soprattutto alimentari, delle popolazioni che alla massiccia diminuzione della mortalità infantile grazie ai progressi dell’igiene e dell’assistenza medica. Ma ciò non toglie che nei paesi più industrializzati la natalità sia da tempo sotto la soglia di semplice riproduzione della stessa popolazione, e questo è dovuto a una miriade di scelte individuali. In particolare, al diffondersi delle precauzioni anti-concettive nella popolazione, che a sua volta dipende da un cambiamento in senso lato psicologico nei confronti della sessualità.
I demografi[7] da tempo si interrogano perché a un certo punto in Europa e in Nord America le coppie abbiano cominciato a controllare le nascite. Qui ogni teoria paranoide del potere viene meno: il controllo delle nascite, e quindi la limitazione dell’esplosione demografica, non è stato programmato da nessun potere politico o economico, anzi, trovava la fiera opposizione della chiesa cattolica. È stato un processo molecolare che ha assunto poi dimensioni molari. Nell’intimità del proprio letto, prima nelle grandi città, poi a poco a poco anche nelle campagne, uomini e donne hanno deciso di ricorrere a marchingegni per evitare gravidanze. È un fatto psicopolitico.
Certamente è stata panottica la decisione del governo cinese di imporre il figlio unico a ogni coppia, ma si tratta di un’eccezione. Comunque, se oggi la Cina ha un tasso di fertilità basso, 1,39, non è solo per i decreti del partito comunista: è perché nel frattempo i cinesi sono entrati in un processo di trasformazione culturale proprio nella direzione che BCH chiamerebbe neoliberale.
5.
BCH denuncia il fatto che oggi tutti ci metteremmo a nudo, senza che nessuno ci obblighi a farlo: «la società della trasparenza, popolata da spettatori e consumatori, dà vita a una democrazia degli spettatori»[8].
Mi chiedo dove BCH veda questo auto-denudamento collettivo. Si riferisce forse alla massa di foto e video che mandiamo ad amici e parenti, inclusi quelli di Facebook e Instagram, documentando le nostre piccole imprese? Ma questa socializzazione generale delle proprie “gioie”, dalla foto dei propri gattini fino alla foto in Egitto con la piramide di Cheope sullo sfondo, non implica la minima trasparenza: è al servizio semplicemente del proprio auto-compiacimento, che è vecchio come il mondo. Ci si guarda bene dal far trasparire aspetti di sé imbarazzanti, segreti o screditanti. Se una ragazza mette in circolazione una sua foto seminuda, è perché non trova questo affatto screditante.
Se BCH si riferisce invece all’abolizione di ogni censura e autocensura sul corpo sessuato, al fatto che il porno è di facile accesso a tutti, va detto allora che questo crollo delle barriere del pudore è stato un effetto diretto proprio di quella narrazione anti-capitalista a cui BCH si rifà. BCH è nato nel 1959 in Corea del Sud, è venuto in Europa solo negli anni 1980, quindi non può aver vissuto, come chi scrive, il clima politico e intellettuale degli anni 1960 e 1970 nel mondo euro-americano. In quegli anni erano popolari la beat generation, Wilhelm Reich, Marcuse, le neo-avanguardie artistiche, le teorie anti-autoritarie, che andavano tutte nello stesso senso: trasparenza. Poi ci fu la Glasnost di Gorbachev. La psicoanalisi, facendo emergere vissuti intimi e inconfessabili, contribuì fortemente a questo processo di discredito del pudore. Tutto ciò ha portato al cosiddetto post-moderno, ovvero a forme espressive in cui si deve mostrare tutto del corpo e delle sue funzioni, del sesso e della morte, dei sentimenti più nascosti. Quello che BCH prende come trionfo dell’ideologia neoliberale è in realtà l’effetto diretto di teorie e forme di vita che all’epoca si volevano anti-autoritarie, libertarie, anti-capitaliste.
Questo è l’equivoco di fondo di questa letteratura di critica anti-capitalista della modernità: mette sul conto della società neoliberale una serie di mutazioni del costume che non dipendono affatto dalle teorie neoliberali e nemmeno dal capitalismo, ma proprio da quelle narrazioni di critica della tradizione a cui questi critici si rifanno. Oltre che dallo sviluppo tecnologico. Questo filone critico non dà alcuna importanza alle narrazioni democratiche di sinistra che hanno plasmato la nostra società contemporanea non meno del liberismo e del liberalismo.
Del resto, un equivoco simmetrico esiste anche nel pensiero detto di destra. Sia la destra che la sinistra filosofiche sono convinte che ormai il mondo sia dominato dai propri nemici. Chi è di destra pensa che la sinistra post-moderna egemonizzi la cultura, la mentalità, la politica; e chi è di sinistra pensa la stessa cosa all’inverso. La verità è che entrambe le visioni sbagliano: le nostre società non sono totalmente dominate da una sola concezione. Rarissimamente del resto, nella storia occidentale, una sola concezione ha dominato totalmente un’epoca. Ogni epoca è la risultante del gioco di esigenze diverse e talvolta divergenti, insomma, ogni epoca è sempre anche lotta contro sé stessa. Certamente il liberismo laissez-faire ha svolto un ruolo essenziale nel plasmare il tipo di rapporti sociali che oggi prevalgono, ma questi ultimi sono stati plasmati non meno dalle idee marxiste e socialdemocratiche, dal pensiero libertario e libertino, dai programmi di democrazia radicale. Credere che il mondo sia in mano all’Altro è un’aberrazione ottica.
A uno sguardo meno a capofitto nel presente il capitalismo e la critica anti-capitalista, negli ultimi due secoli, appaiono come due lati della stessa medaglia. La realtà in cui viviamo, in particolare nel mondo euro-americano, è il frutto di un’interazione tra esigenze opposte. Il nostro presente è figlio sia di Adam Smith che di Rousseau, sia di Hegel che di Kierkegaard, sia di von Hayek che di Adorno, sia di Sartre che di Aron.
In fondo, trovo molto più coerente di questo cliché anti-neoliberale la critica coerentemente reazionaria contro il mondo moderno – come quelle di Donoso Cortès, René Guénon, Julius Evola – che vede giustamente il liberismo conservatore da una parte e la critica di sinistra a esso come due facce della stessa medaglia. Se si assume una distanza sufficiente dal presente, si vede bene che capitalismo e anti-capitalismo fanno parte di uno stesso sistema culturale. La liturgica denuncia del neoliberalismo non riconosce come anche proprio prodotto quell’assetto sociale che essa denuncia.
Questa critica dell’ideologia descrive bene la figura hegeliana dell’anima bella. Hegel aveva già rovesciato la celebrazione romantica della schöne Seele in Schiller e Goethe: l’anima bella hegeliana è la soggettività elevata all’universalità, incapace tuttavia di uscire da sé stessa e di trasformare, attraverso la propria azione, il proprio pensiero in essere. L’anima bella è «questa fuga davanti al destino, questo rifiuto dell’azione nel mondo, rifiuto che porta alla perdita di sé»[9]. Lacan poi ha ripreso la nozione nell’ambito della dialettica psicoanalitica: la belle âme è quando il soggetto insorge contro il mondo in cui vive denunciandolo radicalmente, ma senza rendersi conto quanto egli stesso, parte integrante di questo mondo, abbia contribuito a quello stato delle cose. Evocherei Trotskij: è insorto contro il sistema staliniano repressivo di cui è rimasto vittima, ma senza riconoscere quanto quel sistema fosse la logica conseguenza di quel regime bolscevico che, assieme a Lenin, lui stesso aveva contribuito a installare. L’anima bella fa appello alle “leggi del cuore”, senza rendersi conto che lo stato di cose che denunciano è anche frutto del suo cuore.
Sono anime belle coloro che puntualmente non riconoscono la realtà come anche loro prodotto. I cristiani praticanti che denunciano le malefatte storiche di quella Chiesa di cui essi fanno strettamente parte, i marxisti che denunciano le “incresciose degenerazioni” dispotiche e totalitarie del comunismo, senza mai interrogarsi sul perché le applicazioni pratiche dell’ideale comunista portino sempre a degenerazioni. Ed è certamente l’ingenuità di BCH, che denuncia un mondo neoliberale frutto anche del welfare state voluto dal socialismo, e della democrazia libertaria del pensiero critico.
6.
BCH critica anche il carattere ludico che oggi il lavoro tende ad assumere nella società dominata dal fantasma neoliberale. Prima il lavoro era sudore e fatica, oggi invece – dice – si punta al lavoro-gioco, dove il piacere dell’ozio e della ricreazione viene usato per aumentare la produttività di ciascuno.
Per produttività dobbiamo includere anche quella filosofica, suppongo. Nelle istituzioni accademiche e scientifiche si parla sempre più in termini di produttività, anche nel campo umanistico. I criteri di produttività possono variare – di solito si calcola il numero di pubblicazioni ponderandole col prestigio delle case editrici e dei periodici, prestigio a sua volta stabilito secondo criteri quantitativi. In ogni caso conta essere produttivi anche quando si fa pura teoria.
Ora, BCH ammetterà che lui come filosofo è molto produttivo. Mentre scrivo, a 66 anni ha pubblicato oltre 25 libri tradotti in varie lingue. Insomma, se misuriamo la produttività filosofica dalle pubblicazioni e dal loro successo nei termini del famigerato Impact Factor, BCH è un lavoratore altamente produttivo. Anche se il contenuto della sua produzione è un anatema contro la produttività.
Certamente BCH potrebbe rispondere che lui non ha scritto tanti libri per vincere qualche ordinariato in un’università (anche se poi di fatto l’ha vinto). In effetti, spero molto per lui che li abbia scritti divertendosi. Ma appunto, ha fatto proprio quel che denuncia: che ormai tutti produciamo non sotto la costrizione di qualche meta precisa da raggiungere, ma “per divertirci”. Ovvero, BCH e il suo lavoro potrebbero essere presi a modello perfetto dell’alienazione neoliberale che denunciano. Nelle facoltà di filosofia e di scienze sociali si può prendere BCH come buon esempio per i giovani (e sono convinto che lo si faccia già), “fate come BCH e andrete lontano!”
Insomma, il lavorare-come-giocare denunciato da BCH è l’ideale di quelle narrazioni anti-capitaliste, non certo la realtà. BCH, che probabilmente non ha mai lavorato in vere imprese, non vede che la realtà è in gran parte vetero-liberale. Andasse a chiedere a tanti impiegati alle poste o in banca se loro si divertono lavorando!
Che un lavoro diverta o meno è questione individuale. Per alcuni individui solo certi lavori sono gratificanti, per molti altri – sarebbe il caso di sapere in quale percentuale – sono lavori alimentari, li si fa giusto perché nella vita non si è trovato di meglio. Possiamo trovare degli impiegati delle poste che si divertono nel fare il proprio lavoro, e possiamo trovare manager di livelli dirigenziali profondamente insoddisfatti del proprio lavoro; magari avrebbero voluto occuparsi di filosofia critica.
È inclusa nella critica del neoliberalismo la veneranda critica al consumismo. Essa dilagava quando avevo i calzoncini corti. Il regime capitalista ci obbligherebbe a produrre sempre di più e a consumare sempre di più.
Ma quando una spesa è consumista?
Se uno compra tutti i libri di Byung-Chul Han, anche questo è consumismo?
La verità è che molti intellettuali considerano “buone spese” solo quelle che farebbero loro, mentre gli oggetti che preferiscono i non-intellettuali sono vile consumismo. Dietro la critica “oggettiva” al consumismo, trapela il moralismo su ciò che è bene comprare e ciò che non lo è. Il fatto che l’intellettuale voglia porsi come modello di buon cittadino, che acquisti libri di filosofia e non viaggi in crociera su navi Costa, è una forma subdola di narcisismo: l’intellettuale si propone come Ideale dell’io di chiunque. Un mondo omologato da ciò che l’intellettuale considera bello e buono.
Se per consumismo si intende acquisto di prodotti non necessari, allora va detto che il desiderio del non-utile, insomma del lusso, è stato sempre uno dei grandi motori della storia. Nel XV secolo la molla delle grandi navigazioni che portarono gli europei prima in Asia circumnavigando l’Africa e poi in America non fu la ricerca del grano o del riso ma delle spezie, di un prodotto considerato all’epoca di lusso. Il “consumismo” è stato sempre un grande motore di trasformazione storica.
Del resto, quanto sarebbe arido e brutto un mondo dove ci si accontentasse solo dell’utile! Tutto ciò che rende bello il mondo antico e moderno non è solo il funzionale, ma qualcosa di eccessivo e persino di incomprensibile, come le piramidi d’Egitto di cui ci sfugge il senso, o il Colosseo che era un luogo di spasso sanguinario per la massa. Della Roma antica ammiriamo soprattutto i circhi, molto meno i grandi templi a Zeus, e le fabbriche di allora sono scomparse. Questi critici della modernità sognano una società frugale e plumbea come quella dei primi pionieri protestanti americani?
Shakespeare faceva dire a re Lear:
Oh, non ragionare sul bisogno! I più umili
mendicanti hanno pur sempre il superfluo.
Se alla natura non si concede più di quello
di cui la natura ha bisogno, la vita
dell’uomo è misera come quella della bestia.
Tu sei una signora: se essere elegante
significasse soltanto stare al caldo,
la natura non avrebbe bisogno delle vesti
sontuose che tu porti e che ben poco
ti tengono calda[10].
L’alternativa al consumismo sarebbe il risparmio. È una società arcaica à la Argan, protagonista de L’avaro di Molière, quella che vagheggia BCH? Una società vetero-capitalista spilorcia in cui si accumula solo per investire poi?
La verità è che per questi critici puritani dell’ideologia qualsiasi cosa si faccia, nella realtà, è mal fatto, nel senso che comunque, in ogni caso, vincerà la logica capitalista. Se si spende ciò che si guadagna si è degli squallidi consumisti, se si conserva ciò che si guadagna è per poi far fruttare quel guadagno con la speculazione finanziaria o con investimenti capitalisti. Tutto e il contrario di tutto è usato come prova contro il neo-liberalismo. Gli anti-neoliberali infliggono quel che oggi chiamiamo double bind.
Notiamo che la critica al consumismo si associa spesso a una critica opposta, quella secondo cui troppi vivono nell’indigenza. La critica al vetero-capitalismo (il capitale affama le masse) si somma alla critica al neo-capitalismo (il capitale ci obbliga tutti a consumare sempre di più) producendo un atteggiamento contraddittorio. Qualunque cosa si faccia o si sia, essendo sempre un effetto del neoliberalismo, sarà sempre fatto male. Il loro gioco è sempre del tipo “testa vinco io, croce perdi tu”, ovvero “testa vince il capitalismo, croce perde l’anti-capitalismo”. Perché si potrà sempre mostrare, con un po’ d’abilità dialettica, che tutto quello che facciamo è marcato dall’alienazione neoliberale. Sarebbe altrettanto facile dimostrare che tutto quel che facciamo, anche le opere migliori, è effetto di Satana.
E in effetti quella complessità che chiamiamo capitalismo, che include forme di vita ben anteriori al capitalismo, non prescrive in realtà alcuna forma di vita o mentalità pre-definita. Il fatto che il capitalismo possa in qualche modo riciclare anche comportamenti anti-economici potrebbe essere invocato come un pregio e non un difetto del capitalismo, i quanto prova della sua straordinaria flessibilità. Mentre altre società più rigide esigevano un tipo di uomo e di donna assolutamente coerenti e omogenei alla forma di vita di quelle società. Nel capitalismo contano i risultati, non importa come hai vissuto per ottenere quei risultati.
7.
La passione accusatoria dei critici dell’ideologia non fa veder loro che quel che mettono sul conto dell’Astuzia della ragione neoliberale non è altro che l’applicazione di quella che chiamerei la narrazione utilitarista. Di solito la si fa nascere in Inghilterra nel XVIII secolo, proprio con il Bentham del Panopticon. In realtà essa era stata formulata molto prima, già dai greci. E Montaigne l’aveva già formulata a suo modo:
Il piacere è il solo fine della vita: è soprattutto grazie alla virtù che ce lo si procura. Checché se ne dica, anche nella virtù lo scopo ultimo della nostra mira è la voluttà. […] E se essa vuole esprimere l’idea di un piacere supremo e di una soddisfazione eccessiva, questo si addice alla virtù più che a qualsiasi altra cosa[11].
Il succo dell’utilitarismo fu enunciato comunque da Bentham:
La natura ha posto l’umanità sotto il dominio di due padroni sovrani (masters), dolore e piacere. Sono questi a indicare cosa dovremmo fare, così come a determinare quel che faremo[12].
Ovvero, l’essenza dell’umano è tendere ad aumentare i piaceri e a diminuire o eliminare i dispiaceri. Ciascuno deve gestire da sé ciò che è bene (più piacere) e ciò che è male (più dispiacere).
Ora, tutte le grandi riforme civili dell’ultimo secolo e mezzo – dei codici civili e penali, dei diritti politici, del sistema medico e sanitario, ecc. – sono corollari dei principi dell’utilitarismo. In effetti, come si vede dalla formula di Bentham, dall’etica utilitarista viene eliminato ogni riferimento a un Bene trascendente – la volontà di Dio o della Natura – o comune, non viene presa in considerazione una funzione sociale che trascenda l’interesse dei singoli. Ciascun soggetto è il giudice ultimo di ciò che è piacevole o spiacevole per lei o per lui. Questo è alla base della democrazia moderna, che si basa sul principio “una testa, un voto”. Ciò ha portato anche al movimento di eguaglianza uomo-donna: non ha importanza se un soggetto – ovvero il qualcuno che sente piacere o dolore – sia maschio o femmina. Quindi ogni elett** sarà un soggetto che sente piacere o dolore. Non si ammette un soggetto collettivo, e difatti nelle nostre società i collettivi non votano[13]. Votano solo gli individui. Per esempio, né la chiesa cattolica né il comune di Milano votano: votano i singoli cattolici e i singoli milanesi. L’utilitarismo è nominalista per quanto riguarda i collettivi, perché ciò che per esso conta è il singolo soggetto come godente o desiderante o dolorante.
È stato l’utilitarismo a portare alla legittimazione dell’omosessualità, per esempio. Se due adulti dello stesso gender traggono mutuo piacere nel fare sesso, il criterio utilitarista deve accettare questi atti. In effetti, l’utilitarismo rigetta la distinzione aristotelica tra “atti secondo natura” e “atti contro natura”. Tutto è naturale, e il giudizio etico concerne solo ciò che è piacevole o spiacevole per me o per gli altri.
La narrazione utilitarista va a pennello per il capitalismo?
Non sempre. Abbiamo esempi di capitalismo che si sono sviluppati in società dispotiche. Ora però si dà il caso che il capitalismo si sia sviluppato in particolare nei paesi anglo-americani, dove era fiorita la filosofia utilitarista. Ci sembra che il capitalismo sia utilitarista semplicemente perché, storicamente, esso si è associato a una particolare cultura, quella anglofona. Del resto, molte teorie anti-capitaliste sono utilitariste o comunque si associano all’utilitarismo. J.S. MIll era utilitarista ma non lo si può considerare affatto un conservatore, anzi, è stato lui, assieme alla moglie Harriet Taylor, a inventare il femminismo[14]. Questo perché, come abbiamo detto, l’utilitarismo è alla base della democrazia come la concepiamo oggi: suffragio universale per scegliere partiti che non condividono un terreno ideale comune.
L’utilitarismo indubbiamente è progressista, e per questa ragione BCH e tutti i critici dell’ideologia non lo prendono in considerazione. Per loro valori e meccanismi democratici non contano nulla, viviamo in una società puramente neoliberale. Per loro, il fatto che la gente voti e goda di una serie di diritti politici non ha importanza, anche se questi diritti sono stati anche il frutto delle lotte dei critici dell’ideologia liberista. Il Leviatano neoliberale sembra vanificare completamente la storia delle emancipazioni degli ultimi due secoli. Implicitamente, dà una valutazione assolutamente negativa di due secoli di lotte di classe. Siamo tutti oppressi come due secoli fa, anche se in modo diverso, più soft.
Ora, tantissime cose che BCH attribuisce all’Astuzia neoliberale sono in realtà il frutto proprio di quella ideologia democratica a cui BCH si rifà.
Per esempio, è vero che nella società liberal-democratica tendiamo a colpevolizzarci se falliamo socialmente. Ma questo era vero anche in società non capitaliste. Ad esempio, i cittadini di Mileto disprezzavano Talete, l’uomo riconosciuto come più sapiente, perché era povero. Così Talete, per risollevare la propria reputazione, si arricchì con una brillante operazione che oggi chiameremmo di speculazione commerciale. Messaggio: “sono povero non perché non riesco a essere ricco, lo sono perché preferisco occuparmi d’altro”. Già all’epoca, in una città mercantile arricchirsi dava prestigio. In ogni caso, se oggi molti di noi si colpevolizzano per il fatto di non essere “riusciti”, questo, prima di essere un effetto dell’ideologia neoliberale, è effetto della narrazione democratica, che parte dall’idea (fallace) di un’eguaglianza di partenza di tutti noi. “Nasciamo tutti liberi ed eguali”: questo non è un principio neoliberale e nemmeno capitalista, ma democratico. Proprio perché molti di noi sono convinti di questo – che tutti siamo essenzialmente liberi ed eguali – si aspettano di raggiungere gli obiettivi che desiderano. Ma è il paradigma democratico a portare verso la chimera egualitaria.
Era diverso nelle società di Antico Regime, dove ciascuno sapeva che sarebbe restato nella classe sociale dove era nato. Se nasci in un paese diviso in caste come l’India, sai che non cambierai mai la tua casta. Le differenze sono date a priori. Nelle società democratiche – e quindi non solo liberali – le differenze sono date invece a posteriori. La democrazia offre a tutti un gran ventaglio teorico di possibilità, anche se in pratica solo pochi riusciranno a sfruttare queste possibilità. Se quindi nelle nostre società moderne in linea di principio tutti potremmo essere eguali, ciascuno può pensare che può ascendere socialmente. Il carattere competitivo delle società che BCH chiama neoliberali è quindi un corollario dei principi democratici. È come in una gara di corsa: tutti partiamo sul piede di parità, e poi alla fine risultiamo differenziati, dal primo all’ultimo. La società moderna non si propone come una gara, ma come una corsa a cui tutti possono partecipare, un po’ come le maratone che si fanno nelle grandi città. Ma anche nelle maratone cittadine c’è un vincitore e chi arriva per ultimo. Solo che, nella vita, l’importante non è solo partecipare alla corsa, ma vincerla.
8.
Il principio di piacere/dolore dell’utilitarismo verrà ripreso da Freud, il quale parlerà di Lustprinzip, che significa principio di piacere e di desiderio (Lust significa sia piacere che desiderio). È vero che Freud parlerà di un al di là del principio di desiderio-piacere, ma proprio perché parte dall’idea che il Lustprinzip è, come lui dice, il guardiano (Wächter) della vita psichica[15]. Non il padrone, ma il guardiano. E qui la mente corre subito al guardiano del Panopticon di Bentham[16].
Possiamo interpretare il Panopticon come un’allegoria del principio di piacere che regola la vita psichica?
Ciò che l’utilitarismo propone come sovereign e master, Freud lo propone invece semplicemente come custode. E difatti si chiede, nei casi di atti masochistici, volti a produrre dolore più che piacere a sé stessi, come accade che in questo caso il Wächter della vita psichica venga narcotizzato. Sembra quasi l’idea per una sceneggiatura da film di evasione dalla prigione, tipo Fuga da Alcatraz. Il principio di piacere, che è la condizione di tutti i nostri godimenti, è anche il nostro carceriere. E difatti le etiche di tipo kantiano cercano di costruirsi proprio evadendo dalle costrizioni del principio di piacere. Da qui l’insistenza non solo kantiana sulla libertà etica: qui la libertà è appunto il non essere custoditi dal principio di piacere.
Ora, se prendiamo questa prospettiva ben più ampia, ci renderemo conto che il nostro essere assoggettati dal piacere non è un’invenzione del neoliberalismo, ma è un rapporto di dominazione intrinseco alla stessa “vita psichica” (Seelenlebens). È vero che una società di mercato punta a soddisfare desideri e a fornire i godimenti attesi, ma perché ogni società tende a questo: ogni assetto sociale promette di essere il migliore per assicurare il godimento ai suoi membri.
Invece BCH contrappone all’edonismo neoliberale le vecchie società dove i dominatori, i principi e l’aristocrazia, imponevano ai soggetti per lo più lavoro e sacrifici. Questa è un’immagine da film hollywoodiano del mondo pre-capitalistico che cozza con tutto ciò che la moderna storiografia ci insegna. Ovvero, i secoli bui non furono poi tanto bui come si è creduto a causa della propaganda dell’Illuminismo, anzi, potrei dire che le società pre-moderne, pre-liberal-democratiche, erano per certi versi più edoniste della nostra.
Chi scrive ha trascorso l’infanzia e la prima adolescenza in una città per molti versi pre-capitalista, Napoli. E posso dire che quella vita arcaica e povera era molto festaiola. È famoso il motto del regime borbonico nel Regno delle Due Sicilie, “feste farina e forca”[17]. È con questo trio che si domina in ogni società complessa: facendo divertire la gente, facendola mangiare, ed eliminando chi dà fastidio. Certo alle tre F si sono sostituite le tre D, “divertimenti, denaro, detenzione”, ma il nocciolo è lo stesso: ogni regime, se vuole mantenersi, deve distrarre dai crucci, deve assicurare vitto e alloggio, deve reprimere chi crea disturbo. Nell’Italia di oggi, potremmo incarnare queste tre funzioni del potere, di ogni potere, in Berlusconi (divertimento), Grillo (reddito di cittadinanza) e Salvini (controllo poliziesco).
Non bisogna credere che i poteri pre-moderni fossero tutti semplicemente dispotici. Ogni potere sa che se vuole durare e perpetuarsi deve promettere al popolo che, grazie al potere, godrà. C’è sempre un contratto tacito tra dominatori e dominati. Le aristocrazie del passato erano la casta guerriera, e il suo compito era difendere la popolazione dagli attacchi, funzione non secondaria in un’epoca dove pullulavano briganti e pirati. Il re e i suoi emissari amministravano la giustizia civile e penale, funzione certamente fondamentale. Per esempio, i re di Francia e d’Inghilterra erano anche medici, potevano guarire le persone in modo taumaturgico[18]. Certamente questo contratto veniva talvolta infranto da una parte o dall’altra, ma è assurdo pensare che un regime possa durare per secoli solo perché il popolo si accomoda a una supina accettazione del dispotismo. Insomma, quella promessa di libertà e di piacere che BCH vede come un’astuzia del regime neoliberale è in realtà la promessa di qualsiasi regime che voglia durare.
La stessa chiesa, considerata dalla mentalità liberal di oggi come un’istanza di mortificazione dei piaceri, svolgeva all’epoca un ruolo nel far godere la gente. La chiesa non ha mai tuonato contro la prostituzione, anzi, spesso i vescovi erano protettori delle prostitute. La chiesa ha sempre combattuto il matrimonio imposto alle donne, e considerava valido solo il matrimonio a cui la donna aveva dato un sincero assenso. E questo contro il potere temporale e civile, che tendeva invece a riservare ai genitori la scelta del coniuge. La chiesa ha sempre combattuto il ripudio della moglie da parte dell’uomo. Anche se secondo principi propri, la chiesa cercava di garantire il maggior godimento possibile ai fedeli.
Quindi, la promessa di godimento che si attribuisce al regime neoliberale è la promessa di ogni regime politico. La differenza sostanziale è che le condizioni del godimento nelle società tradizionali erano stabilite dall’Altro, mentre nella società secolarizzata di oggi – capitalista o socialista che sia – ciascuno è chiamato a essere anche l’Altro, ovvero a farsi autore dei criteri del proprio godimento. Il che porta a paradossi e contraddizioni.
9.
Un altro versante della critica di BCH e è la quantità di dati che entità pubbliche e private ammassano su ciascuno di noi, grazie allo sviluppo dell’informatica.
D’accordo, la capacità che oggi fornisce la tecnologia di un controllo capillare sulla popolazione grazie all’accumulo e al trattamento di dati è uno dei più tremendi pericoli della nostra epoca. Paragonabile al pericolo costituito dalla fissione atomica. Fin quando l’accumulo di dati su di me serve a qualcuno per cercare di vendermi dei libri o un aspirapolvere, è cosa in fondo sopportabile, soprattutto se desidero quei libri e ho bisogno di un aspirapolvere. Ma tremo alla sola idea di un potere dispotico che entri in possesso della massa di dati che oggi è possibile raccogliere su ciascuno di noi. Allora quei dati servirebbero non a vendermi un prodotto ma a controllare quello che scrivo e penso, come mi comporto in camera da letto… La capacità di accumulare una massa immensa di dati e poterli efficacemente incrociare non è reversibile, è un effetto del progresso tecnologico, ma il punto è chi debba e possa utilizzare questi dati.
Quanto dirò quindi contro la critica alla raccolta dati non nega che un problema serio esista, ma appunto, esso non può essere affrontato seriamente se non ci si libera della narrazione anti-neoliberale.
Si è tuonato contro lo scandalo nel 2016 che vide al centro Cambridge Analytica: questa si fece fornire da Facebook dati per influenzare milioni di elettori americani spingendoli a votare per Trump. Ovviamente Facebook non doveva affatto fornire questi dati ai trumpisti, ma credo proprio che i democrats abbiano fatto qualcosa di simile. Ci spaventa l’entità dell’operazione: redigere un profilo di decine di milioni di elettori. Ma dopo tutto si tratta di un gonfiamento iperbolico di qualcosa che si è sempre fatto, in piccola taglia.
Da 40 anni mi occupo di redazioni di riviste, di cultura generale o specializzate. Ora, ben prima che si affermasse internet, quando si vuol lanciare una rivista – o un libro, o un qualsiasi altro prodotto – l’importante è raggiungere il pubblico giusto. Anche se si tratta di una rivista di nicchia, non ha senso mandare avviso delle pubblicazioni a pioggia, occorre avere un target mirato. Era ed è importante quindi entrare in possesso di mailing list, di indirizzari di persone potenzialmente interessate ai temi di cui si occupa quella rivista o quel libro. Le ML sono per lo più a pagamento. Si trattava allora di poche migliaia di persone, mentre l’informatica oggi permette di mirare a milioni di persone, ma il principio è lo stesso. È vero che un hegeliano direbbe che la quantità cambia anche la qualità. Ma da che mondo è mondo, quando si deve pubblicizzare un’offerta, l’importante è trovare sin dall’inizio le persone giuste a cui rivolgersi. Anche il saltimbanco medievale sceglieva certi luoghi – mercati, fiere, e simili – per esibirsi, perché sapeva che là avrebbe trovato un pubblico disponibile. Analogamente, sono convinto che anche Gesù, quando doveva scegliere a chi predicare, non si rivolgesse ai filistei e ai sadducei ma a un pubblico ben diverso.
Poter creare profili psicologici o politici di milioni di persone è un prodotto insomma dell’evoluzione tecnologica, non del neoliberalismo. Così come il passaggio dall’arco con le frecce alla bomba atomica non è stato un atto del capitalismo ma un processo tecnologico secolare che risponde a un’esigenza umana generale: quella di difendersi da altri esseri umani o di attaccarli. Anche la società capitalista ovviamente si avvale di questo strumento. È questo il vizio fondamentale di queste critiche al neoliberalismo: confondono ogni innovazione tecnologica con l’uso che se ne fa in un certo contesto storico e politico. Pensare che la raccolta dati sia una creazione neoliberale equivale a dire che l’invenzione della stampa nel XV° secolo fu un prodotto dei principati tedeschi, o che l’invenzione del cannocchiale fu un prodotto del colonialismo marittimo olandese. Sarebbe più convincente affermare il contrario: che certi sistemi economici e politici sono più l’effetto di invenzioni tecnologiche che l’inverso. Il processo di industrializzazione dell’Inghilterra verso la fine del XVIII secolo e quindi lo sviluppo del capitalismo è impensabile senza invenzioni fondamentali come lo spinning jenny, il telaio meccanico, l’uso dell’energia a vapore, ecc.
Da notare che questa impostazione – identificare le nuove tecnologie come espressione del capitalismo neoliberale – capovolge l’impostazione che a suo tempo fu quella di Walter Benjamin, anche se questi critici spesso si rifanno proprio a lui. Nel saggio L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica Benjamin (1936) si guarda bene dal dire sciocchezze del tipo che la fotografia o il cinema o i dischi sono un prodotto del capitalismo! La prospettiva benjaminiana su queste nuove tecnologie di riproduzione è (ingenuamente, come la storia ha dimostrato) ottimistica, ma siamo ben lungi dalla demonizzazione persecutoria delle nuove tecnologie a cui si dedicano senza sosta i critici della società neoliberale. Più che Benjamin, questi critici ricordano papa Gregorio XVI, il quale secondo la leggenda proibì la costruzione di treni da poco inventati, chiamandoli “Satana su rotaie”. BCH e gli altri critici a Satana hanno sostituito il neoliberalismo, per loro le tecnologie informatiche sono “neoliberalismo su internet”. C’è una passione anti-tecnologica e nel fondo anti-moderna che contrasta con la fiducia nella tecnologia che il marxismo del XIX e anche del XX secolo nutrivano. La critica all’uso delle nuove tecnologie ha un significato pesantemente oscurantista.
Questa non vuole certo essere una critica a tutte le critiche dell’assetto attuale della società. La tradizione occidentale ha sempre dato un certo spazio agli intellettuali, come li chiamiamo oggi, che denunciavano i mali della propria epoca. La lista sarebbe lunga, a cominciare da Platone e Aristofane fino a Karl Kraus, ad Adorno e a Foucault. Di solito questa critica del proprio tempo si è espressa in modo satirico. Si trattava di critiche anche dure, ma raramente prive di una distaccata ironia. Invece la valanga critica del neoliberalismo ci colpisce per la sua apodittica pesantezza, senza alcun spiraglio di autoironia. Va criticata la società del proprio tempo, sono d’accordo, ma va criticata nel modo giusto. Ci sono critiche oggi che sentiamo rancorose, preconcette, ingiuste, come quelle che Savonarola rivolgeva alla Firenze del proprio tempo, modello invece per noi di fioritura artistica e liberalità. Si critichino pure i mali del capitalismo, ma con buoni argomenti. E soprattutto, occorre non essere ciechi a quanto della moderna società capitalista viene da una lunga tradizione anti-capitalista, tradizione che con i meccanismi del capitalismo si è sempre intrecciata.
Già pubblicato in Mondoperaio, 7-8, luglio-agosto 2025, pp. 35-44.
Citazioni
Benjamin (1936), L’opera d’arte nel tempo della sua riproducibilità tecnica (1935/36), a cura di Salvatore Cariati, Vincenzo Cicero e Luciano Tripepi, Bompiani, Milano 2017.
Bentham (1780), An Introduction to the Principles of Morals and Legislation, T. Payne and Sons, London.
Bloch (1989), I re taumaturghi, Einaudi, Torino.
A.J. Coale, S. Cotts Watkins (a cura di) (1986), The decline of fertility in Europe, Princeton, N.J.
Dumas père (1862), I Borboni di Napoli questa istoria pubblicata pe’ soli lettori dell’Indipendente… per Alessandro Dumas: 1, L’Indipendente, Napoli.
Foucault (1976), Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, Einaudi, Torino.
Freud, (1924), Al di là del principio di piacere, 1924, in Opere Complete di Sigmund Freud, Bollati-Boringhieri, vol. 10.
B.-C. Han (2016), Psicopolitica. Il neoliberismo e le nuove tecniche del potere, trad. di F. Buongiorno, Nottetempo, Roma.
G.W.F. Hegel (1807), Phänomenologie des Geistes; tr.it. Hegel e A. Tassi, L’anima bella nella Fenomenologia dello spirito, Morcelliana, Brescia 2020.
J.S. Mill e H. Taylor (1869), Sull’uguaglianza e l’emancipazione femminile, a cura di N. Urbinati, Einaudi, Torino 2008.
Montaigne, M. Eyquem de (1588), Essais; tr.it. Saggi, a cura di André Tournon, Bompiani, Milano 2012.
Nietzsche (1878), Sfogo del malumore, in Umano, troppo umano, tr.it. Adelphi, Milano 1979. aforisma § 370.
NOTE
[1] Byung-Chul Han, 2016.
[2] Han, cit., loc. 92.
[3] The Global Health Observatory, Depression, population-based prevalence, estimate (%), https://www.who.int/data/gho/data/indicators/indicator-details/GHO/estimated-population-based-prevalence-of-depression
[4] Nietzsche, 1878, aforisma § 370.
[5] Han, cit. loc. 323-9.
[6] Han, cit., loc. 447.
[7] Cfr. Coale e Cotts Watkins, 1986.
[8] Han, cit., loc. 150.
[9] Hegel 1807.
[10] Re Lear, Atto II.
[11] Montaigne, 1588, “Filosofare è imparare a morire”, libro I, cap. XX.
[12] Bentham 1780, p. 1.
[13] In alcune elezioni gli elettori sono collettivi nel senso che votano dei Grandi Elettori che rappresentano degli insiemi. Ad esempio, il presidente della Repubblica italiana viene eletto da deputati e senatori che a loro volta rappresentano i loro elettori. Va detto però che anche quando votano rappresentanti, il riferimento ultimo è per lo più agli elettori in quanto individui che li hanno eletti loro rappresentanti.
[14] Mill e Taylor, 1869.
[15] Freud, 1924, p. 5.
[16] Questa proposta di sistema carcerario – Panopticon – è divenuta celebre dopo essere stata citata e commentata da Michel Foucault (1976).
[17] Espressione di Alexandre Dumas (1862) per illustrare i principi del regime di Ferdinando di Borbone.
[18] Bloch 1989.
1 pensiero riguardo “Il fantasma neo-liberale. In margine a “Psychopolitik” di Byung-Chul Han”