Pubblicato su MONDOPERAIO, Ottobre 2024, pp. 79-82
“La gente pensa che io sia una specie di anarchico radicale che nutre un’avversione assoluta per il potere. No! Quello che sto cercando di fare è di affrontare questo fenomeno estremamente importante e intricato presente nella nostra società, ovvero l’esercizio del potere, con il più riflessivo, e direi pure il più prudente degli atteggiamenti: essere prudente nella mia analisi, nei postulati morali e teorici che uso; cerco di capire quali siano le poste in gioco.”[1]
1.
Indubbiamente Michel Foucault è uno dei maggiori influencer politico-filosofici del XX° secolo. Alcuni suoi termini sono entrati ormai nel gergo abituale delle tribù intellettuali d’Occidente, come biopolitica, cura di sé, parrhesia, microfisica del potere, Panopticon, ecc. D’altra parte Foucault “è molto controverso”, dato che un’altra fetta importante di questa intellettualità lo detesta cordialmente. Oggi si sente dire “è tutta colpa di Foucault” così come si sentiva dire nell’Ottocento, per bocca degli anti-illuministi, “è tutta colpa di Voltaire”. Un odore sulfureo circonda la sua opera e la sua persona. Ma quale grande pensatore moderno non è controverso? Sono controversi anche Rousseau, Hegel, Marx, Schopenhauer, Nietzsche, Freud, Heidegger, Sartre, Lacan…
Purtroppo un pensiero che diventa molto popolare deve pagare un prezzo: essere per lo più frainteso. Non solo da chi lo osteggia spesso senza averlo nemmeno letto, ma anche da molti che lo abbracciano. Più un pensiero complesso ha fortuna, più viene distorto, banalizzato. Forse è ora che Foucault venga finalmente liberato da tanti foucaultiani.
Per lo più, il pensiero di Foucault viene ridotto a una variante del radicalismo stile 1968, al pari di Marcuse, Baudrillard o Negri. Certo Foucault fu anche un militante libertario. Si batté per i diritti di malati mentali, carcerati, omosessuali, ecc., dando una cornice teoricamente forte a istanze che sempre più avrebbero occupato il proscenio della politica nelle società iper-industriali, quelle dei diritti civili. Ma fare di Foucault un proto-teorico del movimento LGBTQ+ è davvero una riduzione immeritata.
2.
Tutta l’opera, essenzialmente storiografica, di Foucault è un’applicazione sistematica e attualizzata del pensiero di Nietzsche, come lui stesso ha dichiarato. Il pouvoir di cui egli parla non è da confondere con “gli oppressori” – i capitalisti, gli stati, i ricchi, le chiese… e magari con gli psichiatri o i direttori dei penitenziari o i medici. Il “potere” è la ripresa di quella che Nietzsche chiamava Wille zur macht, volontà di potenza. Ora, tutti i rapporti umani, in questa prospettiva, sono rapporti di potere, anche all’interno della famiglia (come oggi tutti ammettono). Lo schema semplicistico di certa sinistra, che vede il mondo e la storia come divisi tra oppressi e oppressori chiaramente definiti, non ha senso in Foucault. Perché se io sono soggetto al potere di qualcuno – nel senso che questo qualcuno esercita un potere su di me – posso esercitare a mia volta potere su qualcun altro. I rapporti di potere insomma non sono univoci ma, per usare termini filosofici, sono la verità ultima delle relazioni umane. Ovvero, non esiste un Palazzo d’Inverno del potere! Questa essenza che chiamerei archica (da arché: comando) vale anche per campi che consideriamo, a torto, slegati da rapporti di potere: ad esempio nelle scienze e in filosofia.
Ma Foucault non si è occupato di tutti i campi di esercizio del potere. Non ha parlato, per esempio, del potere nello scambio economico né in quello politico in senso stretto, né del potere esercitato dalle religioni. Ha analizzato il potere non solo quando utilizza strumenti come la polizia, le leggi… Sin dall’inizio, egli si è occupato soprattutto della verità come strumento di potere. Ha dato al suo lavoro il nome di aleturgia (da alethé, verità, ed érgon, opera): opera della verità. Quasi tutte le sue monografie sono storie dei discorsi di potere, non tanto degli atti di forza del potere. Si è occupato di quei poteri che cercano di fondare la loro egemonia su un appello alla verità. Che si tratti della verità filosofica o teologica, o di quella delle scienze che prevale oggi, l’opera di Foucault è essenzialmente, globalmente, una storia della verità. Una filosofia dominante può esercitare una archia ben più efficace e diffusa di uno stato di polizia.
Certo che Stalin aveva molte divisioni, mentre il papa non ne aveva nessuna. Ma le tante divisioni di Stalin erano a loro volta concepite in relazione a una filosofia precisa, quella marx-leninista. Prima o poi, le filosofie potenti trovano i loro eserciti.
Il suo primo successo fu La storia della follia nell’età classica. Il titolo è una trappola, soprattutto per chi non ha capito il libro. In questo lavoro Foucault non cerca di dire come i modi di espressione della follia siano cambiati, ammesso che siano cambiati. Piuttosto la sua è una storia delle teorie e cure della follia, cure che diventano poi psichiatria. La sua è una storia a partire dai testi di chi ha meditato sulla follia o se ne è preso cura. Egli mostra come ogni epoca abbia prodotto un certo discorso – a un tempo scientifico, clinico, amministrativo, giuridico, filosofico – sulla follia, dandole di volta in volta un senso diverso. Perché questa è la sua grande innovazione storiografica, tacciata dai suoi oppositori di “relativismo”: un certo oggetto storico non permane tale e quale, ma in ogni epoca, in ogni sistema culturale (un termine mio che Foucault non usa), esso viene definito e concettualizzato in modo diverso. Fino al punto che possiamo chiederci se si tratti dello stesso oggetto in ogni epoca. Vedremo meglio poi questa mutazione essenziale dello sguardo storico via Foucault.
Ora, tanti lettori di Foucault ne fraintendono il senso. Ad esempio, molti sostengono che Foucault “ha ridato la parola ai folli” tacitati dai sistemi di contenzione psichiatrica. In realtà Foucault non dà affatto la parola ai folli – semplicemente perché costoro, nel corso della storia, si sono espressi eccome! Basti pensare alle opere di autori diagnosticabili come psicotici quali Lucrezio, Hölderlin, Strindberg, Van Gogh, Nietzsche, Dino Campana, Artaud, Althusser… o a grandi matematici come Cantor e Gödel… Alcuni di questi psicotici hanno trasformato profondamente la cultura moderna. Insomma, i folli non dovevano aspettare Foucault per prendere la parola.
Foucault ha fatto ben altro: ha mostrato che quel che consideriamo follia non è un dato costante, ma dipende dai concetti che via via elaboriamo su di essa, fino oggi a negarne l’esistenza – c’è un importante filone di psichiatria anti-psichiatrica. Ovvero, in ogni epoca o sistema culturale si è cercato di venirne a capo secondo strategie di verità diverse. Questo non significa affatto che Foucault neghi che ci sia qualcosa che oggi chiamiamo follia. Ma non ci dice mai in cosa consista questo qualcosa.
3.
Il fraintendimento si estende a quasi tutta la produzione di Foucault. Si prenda la Storia della sessualità in vario volumi che Foucault non ha fatto in tempo a terminare. Ho sentito eminenti filosofi dire “Foucault parte dai comportamenti sessuali concreti della gente”. Ma non è affatto vero. Esiste certamente un filone storiografico – legato in Francia soprattutto alla scuola delle Annales – che ricostruisce la vita quotidiana nelle varie epoche, i costumi, le mentalità, le vite spicciole, e quindi anche i comportamenti sessuali. Ma Foucault non prende questa strada. La sua storia della sessualità offre invece l’intero spazio a quel che filosofi, moralisti, poeti, teologi… hanno detto via via della sessualità. Ovvero, la sua è una storia delle verità sulla sessualità.
In un certo senso, Foucault scrive una storia da un punto di vista aristocratico – cosa che può stupire tanti che non l’hanno letto con la dovuta attenzione. Foucault infatti ricostruisce cosa hanno pensato e scritto sulla follia, sulla prigione, sulla morte, sulla clinica medica, chi non era folle, né criminale, né morto, né malato, insomma chi aveva potere culturale. Con la sessualità è diverso: coloro che nel corso dei secoli hanno scritto sulla sessualità avevano essi stessi, per lo più, una sessualità. Foucault allora sposta sempre più la sua ottica dal potere esercitato su altri al potere che si esercita su sé stessi, e quest’ultimo gli appare più radicale. Ovvero, Foucault dà per scontato che non siano solo l’economia o la demografia a spiegare il mutamento storico, ma anche la filosofia. In generale, incide storicamente la riflessione orientata alla verità, anche se ogni sistema culturale ha la propria nozione di verità.
Marx disse “finora i filosofi hanno interpretato il mondo, ora occorre trasformarlo”, dando per inteso che il lavoro dei filosofi fosse ormai finito e che si apriva un’epoca in cui occorreva applicare quel che i filosofi avevano capito. Foucault direbbe piuttosto “le interpretazioni date dai filosofi hanno trasformato il mondo”.
E in effetti, come potremmo descrivere i costumi nelle nostre società iper-industriali, compresi quelli sessuali, senza le opere di scrittori e pensatori come i romanzieri libertini francesi del XVIII° secolo, Engels, Mill, Nietzsche, i creatori della sessuologia (Krafft-Ebing, Havelock Ellis, etc.), Freud, W. Reich… fino al femminismo e al pensiero queer di oggi? Quel che facciamo ogni giorno senza nemmeno pensarci su è la coagulazione di visioni etico-filosofiche maturate nel tempo.
4.
Si prenda un tema che per Foucault era particolarmente sensibile, gli omosessuali, dato che lui stesso ne era uno. Quel poco che ha detto sull’omosessualità irrita molti militanti LGBTQ+. Egli fa notare che il concetto di omosessualità come oggi lo intendiamo è alquanto moderno, di fatto è stato elaborato nel XIX° secolo dalla sessuologia medica, che nasce allora. Non ha senso parlare di omosessualità nel mondo antico, ad esempio, dato che per Greci e Romani non era affatto importante che un uomo facesse sesso con un altro uomo, quel che importava era chi fosse attivo e chi fosse passivo. Il disonore di un uomo, per gli Antichi, era essere trattato come una donna, non il fatto di avere rapporti sessuali con ragazzini, la pederastia era data per scontata. In seguito il cristianesimo ha proibito qualsiasi rapporto tra uomini e tra donne, ma anche allora quello che chiamiamo oggi omosessuale non era parte di un genere psico-patologico, era un peccatore che recidivava. (Oggi si è creata una separazione concettuale tra gay e lesbiche che avrebbe sicuramente interessato Foucault: segno che lo stesso concetto di omosessualità sta svanendo. Il queer divora l’omosessuale.)
Ora, questo disturba molti corifei della liberazione di gay e lesbiche, i quali invece tengono a presentare “l’omosessuale” come una figura perenne nella storia, e perennemente più o meno perseguitata. Non diversamente da certe femministe, che tengono a rivendicare una femminilità che sarebbe stata sempre la stessa nel corso dei secoli e che in quanto tale sarebbe stata sempre oppressa. In generale, se Foucault venisse letto senza paraocchi militantistici, si vedrebbe che egli non manca mai di tagliare alla base certi presupposti e pregiudizi del canto libertario di gran parte dei movimenti radicali. E questo pur essendo egli stesso un libertario.
5.
Quando Foucault si è occupato del liberalismo – in un bel seminario al Collège de France, Nascita della biopolitica (1978-9) – anche allora delude le attese di tutti quelli che si aspetterebbero un anatema contro il neo-liberalismo. Come è noto, oggi per essere accettato nelle sfere dell’intellighenzia di sinistra devi pronunciare qualche frase rituale di ripulsa del neo-liberalismo che, secondo queste sfere, dominerebbe ormai il mondo soprattutto occidentale. Foucault qui svolge un’analisi fine di quel che già allora si chiamava neo-liberalismo ma senza alcuna virtuosa indignazione “critica”, anzi, ricostruisce il pensiero dell’ordoliberalismo tedesco, della scuola di Chicago (quella del capitale umano) e di altri filoni liberali, con precisione e rispetto. La sua chiave di analisi è che il liberalismo è una prima forma di biopolitica, ovvero di teoria che cerca la verità per instaurare un certo equilibrio vitale tra gli esseri umani. (Direi però che ogni visione politica del mondo è anche sempre una biopolitica, ovvero, è un tentativo di regolare i corpi stessi degli esseri umani; la riproduzione umana, per esempio). Ma soprattutto, il liberalismo – che consiste nel progetto anarchico di una minimizzazione del ruolo dello stato – intende basarsi su una teoria vera dei rapporti economici e sociali. È la pretesa di verità del pensiero liberale ciò che interessa Foucault. E lo interessava particolarmente perché in fondo lui sapeva di essere, anche se in modo peculiare, un liberale [2].
In effetti, il liberalismo è una forma di anarchismo limitato all’economia. Il liberalismo si fonda su una fiducia di fondo sui meccanismi spontanei e sregolati del mercato, per cui anche se il mercato induce grandi diseguaglianze, queste comunque non minano l’ottimalità dell’equilibrio che viene a crearsi. Ora, certo, Foucault non ama le diseguaglianze, ma come ogni libertario sa bene che il liberalismo declina a suo modo la matrice etico-politica del vero intellettuale dall’Illuminismo in poi: il suo an-archismo di fondo.
In effetti, sarebbe ora di riconoscere che l’intellettualità occidentale negli ultimi tre secoli è stata per lo più sostanzialmente an-archica. L’anarchismo è essere contro ogni gerarchia, la cui etimologia è “dominio del sacro”. Contro le gerarchie ecclesiastiche evidentemente (che già il protestantesimo aveva in gran parte eliminate) ma anche contro le gerarchie politiche, tra governanti e governati, tra élite dominanti e popolo. Sans dieu ni maÎtre, senza dio e senza padroni. Il marxismo è stata una formazione di compromesso, come si dice in psicoanalisi, ovvero un modo di rendere credibile l’utopia anarchica grazie a un’analisi a pretesa scientifica di ciò che è storicamente possibile e necessario. Dietro ogni intellettuale marxista, si annida l’anarchico che essenzialmente lei o lui è. L’anarchismo prolunga il fondamentale soggettivismo moderno: non c’è più una società organica di cui siamo membri – come nell’apologo di Menenio Agrippa – ma ciascuno è per sé.
Foucault sente allora di essere preso in un groviglio. Se la verità umana ultima è l’archia, il potere sugli altri e su di sé, come è possibile storicamente un’anarchia? Coincide questa con una sorta di profezia nietzschiana del Super-uomo in quanto oltre-uomo, in quanto uomo anarchico che finalmente si libera dal reticolo dell’archia, del potere? Foucault non profetizza, ma credo che tutto il ribollire oggi del pensiero del post-umano derivi da questa promessa nietzschiana che però Foucault non articola mai esplicitamente [3].
Piuttosto, l’ultimo Foucault sembra suggerire come ideale anche per l’essere umano moderno l’epimèleia heautoù, la cura di sé, degli antichi Greci. Il socratico “conosci te stesso” è una variante del “curati di te!”. Questo squisito presupposto sembra cozzare contro lo slogan di gran parte della sinistra occidentale, ovvero I care, “mi prendo cura di…” – scelto tempo fa da Walter Veltroni come motto del PD italiano. Foucault si stacca da un pensiero di tipo collettivistico lumeggiando sempre più una sorta di strategia della saggezza.
Analizzando con rispetto il neo-liberalismo moderno, Foucault si pone un problema irrisolto per lui stesso: ovvero, che cosa veramente separa una visione essenzialmente anarchica come la sua dal liberalismo come teoria-pratica del libero mercato?
Egli sembra dire ai suoi amici gauchistes “guardate che siete solo dei liberali!” anche se blaterano contro il neo-liberalismo; ma anche si chiede se lui stesso non sia liberale. Perché se il liberalismo parla di assoluta libertà negli scambi economici, analogamente i libertari parlano di assoluta libertà negli scambi sociali. Come puoi da una parte auspicare la fine di ogni tabù sessuale e di ogni gerarchia nei rapporti sociali, e poi proibire a individui di metter su un negozio o altra attività produttiva?
Il paradosso è che sia il liberalismo conservatore che l’anarchismo di sinistra tendono entrambi, dialetticamente, a risolversi in uno stato dispotico o totalitario. Da una parte il liberale conservatore finisce col pensare che paradossalmente solo uno stato autoritario possa rendere possibile quella liberazione degli spirti animali insiti nel mercato. È quello che spinse Ludwig von Mises, poco prima della sua morte, ad appoggiare il colpo di stato di Pinochet in Cile. Dall’altra il libertario anti-capitalista finisce spesso nel confluire in una forma di leninismo dove è lo stato centralizzato ad assicurare quell’eguaglianza che la spontaneità del mondo degli scambi mette continuamente in questione. In entrambi i casi, il liberalismo finisce in dittatura – pinochettiana da una parte, staliniana dall’altra. Non sono sbocchi teorici, sono sbocchi pratici dell’anarchismo.
6.
Negli ultimi anni, nei suoi seminari al Collège de France, Michel Foucault insisteva sulla nozione greca di parrhesìa: il dire la verità senza peli sulla lingua. Dire la verità all’altro, anche una verità sgradevole e rischiosa, perché l’altro può offendersi, questo è il nocciolo della parrhesìa. Penso che Foucault non abbia fatto altro, nella sua opera, che cercare di praticare questa parrhesìa. Ovvero, un modo anche pericoloso di dire la verità alle persone del proprio tempo.
Non a caso intitolò l’ultimo seminario che egli tenne, prima della morte, Il coraggio della verità [4]. Qui si concentrò sul pensiero antico – nel quale era sprofondato negli ultimi anni – in particolare sulla parrhesìa come modo di dire una verità che però si salda a un modo di vivere rischioso, in rottura col modo comune di pensare e di vivere. Il discorso veridico, a differenza del discorso dell’insegnante, è un discorso che esige coraggio. Ed è forse questo il vero lascito etico dell’opera di Foucault.
NOTE
[1] Intervista di Michael Bess a Michel Foucault, in Paolo B. Vernaglione, Michel Foucault. Genealogie del presente, Manifestolibri, 2015.
[2] Cfr. il mio “Foucault e la biopolitica liberale. Materiali per una critica del liberalismo” in S. Benvenuto, Il teatro di Oklahoma. Miti e limiti della filosofia politica, Castelvecchi, Roma 2021.
[3] Ho sviluppato questi vari punti in: S. Benvenuto, “La speranza di Foucault”, 2013, https://www.parrhesia-sergiobenvenuto.it/la-speranza-di-foucault/; “La pastorale, antica e moderna. Riflessioni a partire da M. Foucault, Les aveux de la chair”, POL.it, 18 settembre 2018, http://www.psychiatryonline.it/node/7642; “Michel Foucault. Dire la verità sulla storia della verità”, in Aldo Marroni e Ugo di Torno, a cura, Maestri ribelli. Pensatori e scrittori del conflitto, Ombre Corte, Verona, 2020, pp. 13-37, https://www.parrhesia-sergiobenvenuto.it/michel-foucault-dire-la-verita-sulla-storia-della-verita/
[4] M. Foucault, Il coraggio della verità. Il governo di sé e degli altri II (1984), Feltrinelli, Milano 2016.