Questo breve schizzo dello stato della psicoanalisi in Italia descrive i suoi sviluppi in questo paese specialmente dagli anni 1970 in poi, mettendola in relazione stretta con la psicoanalisi nel mondo occidentale in generale. Oltre alle scuole psicoanalitiche (sia dell’IPA che lacaniane), l’autore descrive l’influsso di varie forme di psichiatria e psicoterapia che contendono alla psicoanalisi il mercato del malessere umano: la psichiatria anti-istituzionale di Basaglia, le terapie familiari sistemico-relazionali e la psichiatria cognitivista. Analizza il crescente distacco della psicoanalisi dalla “rispettabilità” medica, il suo assimilarsi sempre più a una pratica di tipo ermeneutico e umanistico, e l’egemonia del concetto di “empatia”. E mette in relazione gli alti e bassi della fortuna della psicoanalisi in Italia con la particolare funzione che gli intellettuali sono supposti svolgere all’interno della società e della politica.
1.
Prima di tutto: è davvero interessante parlare di psicoanalisi italiana?
Di fatto pochi si interessano alla psicoanalisi italiana. L’Italia non ha prodotto finora in questo campo maestri altrettanto celebri di quelli venuti da Austria, Germania, Ungheria, Svizzera, Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, e da altri ancora. Da qui la convinzione diffusa – in parte ingiusta – che la psicoanalisi italiana non valga granché. Ingiusta perché probabilmente il livello medio degli analisti in Italia è abbastanza alto (ma livello alto per chi?); solo che manchiamo di maestri carismatici di fama internazionale. In psicoanalisi non abbiamo avuto l’equivalente di grandi creatori come li abbiamo avuto come in arte, letteratura, moda, cinema, ora anche in filosofia.
Piuttosto l’Italia ha prodotto nomi celebri di psichiatri: Cesare Lombroso (neurologo teorizzatore del “criminale nato”), Enrico Tanzi (notevoli i suoi studi sulla paranoia), Ugo Cerletti e Alfredo Bini (inventori dell’elettroshock), Franco Basaglia (il riformatore dei manicomi). Ma psichiatri appunto.
Uno degli analisti italiani più noti è… un cileno, Ignacio Matte Blanco (1908-1995), il quale può essere considerato italiano perché ha vissuto per oltre 40 anni a Roma. Eppure il suo libro principale, L’inconscio come insieme infinito (Matte Blanco 1998), fu pubblicato dapprima in inglese. Pochi suoi discepoli attualmente praticano in Italia. Un altro analista italiano ben noto è Edoardo Weiss (1889-1948), allievo diretto di Freud, il quale proveniva però da Trieste, allora porto dell’impero austro-ungarico. Weiss deve gran parte della sua rinomanza al fatto di aver pubblicato in inglese dopo essere emigrato negli Stati Uniti nel 1939. Anche Eugenio Gaddini (1916-1985) è noto nel mondo anglo-americano, in particolare per i suoi lavori sui bambini. Comincia a essere tradotto in inglese Elvio Fachinelli, di cui parleremo. Ma, a parte questi e qualche altro analista vivente, la lista degli psicoanalisti italiani famosi finisce presto.
Alcuni pensano che gli italiani non “sfondano” in psicoanalisi perché questa è una attività squisitamente gotica, mentre la cultura italiana, si sa, eccelle nella “bella apparenza” delle superfici barocche dell’abbigliamento e delle arti, della musica e della cucina. Il nostro genio rinascimentale ci porterebbe a privilegiare le forme esteriori anziché gli abissi interiori. E in effetti noi italiani siamo i maggiori esportatori mondiali di dolce vita – cucina, alcolici, design, abbigliamento, bel canto, belle dive. Ma nelle cose dette profonde – letteratura mistica, fisica teorica, matematica, psicoanalisi – saremmo piuttosto importatori. E quando diamo buoni risultati nelle psicoterapie, li diamo in campi più estroversi che introversi: analisi di gruppo, psicoterapie familiari, analisi delle istituzioni, psichiatria sociale.
Inoltre la psicoanalisi è stata in gran parte creata da ebrei – nei film americani l’analista era di solito un dottore ebreo che parlava con accento tedesco – e gli ebrei in Italia sono poche migliaia in tutto il paese. Inoltre il fatto di scrivere in una lingua parlata solo in Italia penalizza gli analisti italiani quanto ad audience internazionale.
Insomma, “gli italiani non sono buoni analisti” è uno dei clichés sul nostro paese che prosperano in molti paesi, della serie “la mafia comanda in Italia” o “gli uomini italiani sono tutti donnaioli” – che, come molti luoghi comuni, ha una parte di verità e una di falsità.
La parte di verità: troppi analisti in Italia sono rimasti incantati dalle case-madri straniere, giocando il ruolo spesso redditizio degli epigoni o divulgatori. I kleiniani e i bioniani guardano solo a Londra, i lacaniani solo a Parigi, gli junghiani a Zurigo o al Texas, ecc. Perciò siamo buoni allievi – spesso anche primi della classe – molto più raramente maestri. Quando poi alcuni si decidono a divenire dissidenti e quindi maestri a loro volta, cadono volentieri nel difetto inverso al precedente: si chiudono nella loro scuoletta composta quasi esclusivamente da loro analizzanti e allievi diretti, di solito su raggio regional-cittadino, si accontentano insomma di “giocare in casa” parlando ai fedelissimi. Non è il miglior modo di far conoscere le proprie idee oltre le patrie frontiere.
La parte di falsità: proprio perché da noi i Grandi Maestri hanno scarseggiato, le nostre scuole sono meno rigide e dogmatiche che in altri paesi. Spero di non sbagliarmi. Forse si sta costituendo in Italia, anche se a fatica, una sorta di koiné o comunità psicoanalitica eterodossa, talvolta eclettica, inclassificabile, nella quale il dialogo mi pare essere più fluido che in altri paesi.
L’aver goduto della formazione da parte di Grandi Maestri è certo un grande vantaggio. Ma se il maestro è troppo gigantesco, esso rischia di bloccare la creatività proprio dei suoi allievi migliori. Piuttosto che trovare affannosamente una propria strada, l’eterno allievo passerà la vita imprigionato nel ghetto d’oro e confortevole del Maestro-Pensiero.
2.
Un’altra ragione dello sviluppo relativamente basso della psicoanalisi in Italia è il fatto che il modello più alto per un intellettuale italiano resta ancora, malgrado tutto, l’impegno politico nell’agorà. Questo riflette l’influsso che ha esercitato lo storicismo (di Vico, Croce, Gentile, Gramsci) nel secolo scorso, secondo il quale la Storia dà forma alle nostre anime. Gli storicisti tendono a pensare che meditare sulla sessualità, sulle fantasie intime, sui sogni e sugli atti mancati sia una perdita di tempo, “la realtà ci chiama!”
Questa tradizione storicista ha penetrato anche la psichiatria italiana. Più di una generazione di psichiatri è stata ed è affascinata da Franco Basaglia (1924-1980), un marxista formatosi alla fenomenologia filosofica e psichiatrica. Egli era ostile alla psicoanalisi, che considerava una mera “tecnica” adatta alla clientela borghese. Comunque, il suo generoso apostolato per liberare i pazienti psicotici dagli squallidi manicomi – vere prigioni per emarginati – ebbe un grande impatto sull’opinione pubblica italiana negli anni 1970. La sua crociata anti-istituzionale aveva qualche affinità con la sfida dell’anti-psichiatria anglo-americana (Laing, Esterson, Cooper, Szasz), ma essa si concentrò piuttosto nella distruzione degli ospedali psichiatrici, per sostituirli con quella che nei paesi anglofoni è chiamato community care, e in Italia servizi nel territorio. La lotta di Basaglia trionfò nel 1978, quando il Parlamento italiano approvò la famosa “legge 180”, la quale proibisce qualsiasi forma di detenzione dei malati mentali contro la loro volontà, a parte periodi critici abbastanza brevi (Trattamenti Sanitari Obbligatori). Questa legge continua a essere valida in Italia.
I basagliani non danno alcun rilievo allo studio della psiche e/o del cervello. La loro psichiatria consiste in una sorta di assistenza sociale estensiva e intensiva: cercare case per i malati, discussioni con politici e burocrati per cambiare leggi e norme locali, far ottenere pensioni o allocazioni per i disabili, ecc. Tutte cose pratiche certo indispensabili, non certo l’inconscio. L’anima per loro è una sorta di capriccio borghese, e i poveri, ovviamente, non hanno anima – i poveri hanno piuttosto bisogni storico-sociali. Bisogni appunto, più che desideri.
In questo senso la psichiatria basagliana prosegue una lunga tradizione che ha caratterizzato gli intellettuali italiani almeno dal Risorgimento (1848-1870) in poi, quando uno scrittore o un filosofo doveva essere un patriota militante, un rivoluzionario attivo, magari un garibaldino. Questa tradizione ha trovato la sua acme nella teoria di Gramsci sul ruolo dell’”intellettuale organico”. Ancor oggi, anche quando l’intellettuale italiano è lontano dal marxismo o dal nazionalismo, uno dei suoi ideali più elevati è essere deputato al Parlamento, male che vada un burocrate di partito – anche se oggi il sogno di apparire nei media, specialmente in TV, ha in parte sostituito il sogno della politique politicienne. Nel 2005 il Parlamento italiano e il gruppo di deputati italiani al Parlamento di Strasburgo contavano un numero altissimo di filosofi. I professori di filosofia sono o sono stati sindaci di importanti città (come Venezia), ministri, leader di importanti partiti politici, è stato un professore di filosofia il presidente del Senato italiano dal 2001 al 2006, Marcello Pera. Questa professionalizzazione politica del filosofo italiano è molto diversa dall’engagement del tipico intellettuale parigino, ad esempio: questi interviene spesso attivamente nei grandi dibattiti politici, ma si tiene alla larga dalle elezioni, dalla vita dei partiti e dal parlamentarismo. Certo questo impegno politico vistoso del filosofo non lo concilia col lavoro sedentario, oscuro, taciturno dello psicoanalista.
3.
Indicativo del primato del “sociale” – o, se si vuole, dell’estroversione sull’introversione – in Italia è il successo di cui godono Gregory Bateson (1904-1980) e il Mental Research Institute di Palo Alto (California). Alla loro teoria, detta sistemico-relazionale, si ispirano gran parte delle psicoterapie familiari, che in Italia hanno avuto uno sviluppo forse superiore a qualsiasi altro paese. Il merito del loro successo va in particolare a Mara Selvini Palazzoli (1916-1999), una psicoterapeuta familiare di Milano il cui influsso è andato oltre l’Italia. Il presupposto di questo approccio è che non esiste il malato mentale singolo, è l’intera famiglia a essere malata. Chi viene “designato” come nevrotico, psicotico, anoressica, ecc., è solo un sintomo del proprio “sistema familiare”. Quindi, si cura la famiglia intera con sedute nelle quali si prescrivono comportamenti spesso paradossali, ripresi spesso dalle tecniche zen.
Bateson in Italia è stato elevato a star filosofica di prima grandezza, mentre nella sua nativa Inghilterra quasi nessuno lo conosce, e negli USA qualcuno lo ricorda come un autore “ecologico” degli anni 1960. Ma il successo in Italia di Bateson e dei suoi seguaci può essere anche attribuito al fatto che il loro pensiero non dà vero posto al soggetto individuale: tutto è “sistema”, ovvero una rete continua di comunicazioni umane. In effetti, gli italiani stentano a concepire sé stessi come soggetti solitari. Così molti psicologi italiani, educati al marxismo di Gramsci o di Lukács, hanno trovato nell’”ecologia della mente” batesoniana il tipo di psicoterapia “sociale”, anti-intimista, di cui avevano bisogno. Parafrasando quel che Sartre diceva di Husserl, tanti psicoterapeuti italiani possono dire “Bateson ci ha liberato della vita interiore!”
Da notare anche la popolarità in Italia della psicoanalisi di gruppo, ispirata alle esperienze di W.R. Bion o di S.H. Foulkes. Pionieri dell’analisi di gruppo sono stati Fabrizio Napolitani (1925-1996) a Roma e suo fratello Diego Napolitani (1927-2013) a Milano.
L’impegno politico radicale ha contagiato una parte della psicoanalisi italiana soprattutto negli anni 1960 e 1970. Tra gli psicoanalisti che più hanno lavorato all’intersezione tra psicoanalisi e sociale, ricordiamo Sandro Gindro (1935-2002) a Roma – fondatore del movimento “Psicoanalisi contro” – ed Enzo Morpurgo (1920-2002) a Milano.
La figura più significativa di quegli anni ruggenti fu Elvio Fachinelli (1928-1989). Praticante come analista a Milano, membro della Società Psicoanalitica Italiana ma in forte dissenso con la sua politica burocratica. Lo ricordo qui con emozione essendo lui stato uno dei miei maestri, oltre che amico. Prima redattore di una delle più influenti riviste marxiste degli anni 60, “Quaderni Piacentini”, fondò poi la rivista “L’Erba voglio” e quindi una casa editrice con lo stesso nome. Ottimo scrittore, sulla scia di W. Benjamin e di T.S. Adorno pubblicò una serie di interventi di critica sociale da un punto di vista psicoanalitico che impressionarono il pubblico soprattutto giovanile degli anni 1970 e 1980. Egli intendeva far uscire lo psicoanalista dall’universo ovattato del proprio studio per farlo partecipare alla trasformazione generale della mentalità. Da qui la partecipazione di Fachinelli a esperimenti radicali di pedagogia alternativa, alla creazione di gruppi di auto-formazione e di auto-coscienza. La sua diffidenza per ogni congelamento istituzionale della psicoanalisi lo portò a rifiutare la proposta, fattagli nel 1973 da Lacan, di presiedere l’equivalente italiano della sua Ecole Freudienne de Paris. Fachinelli era stato uno dei primi lettori e promotori dei testi di Lacan in Italia. Fachinelli, spirito essenzialmente anarchico, non credeva che un’istituzione, anche se ispirata a un pensiero dissidente, potesse promuovere la psicoanalisi come strumento di emancipazione e liberazione sia politiche che personali.
4.
Gli analisti italiani scrivono raramente in inglese, e pochi di quelli anziani lo leggono. Comunque, generalmente gli analisti, in molti paesi, tendono a resistere all’uso dell’inglese come lingua franca: ciascuno preferisce scrivere nella lingua in cui pratica. Non è un dettaglio marginale: il declino del prestigio scientifico della psicoanalisi è legato al suo rifiuto di omologarsi nell’inglese. Un collega del Consiglio Scientifico di stato in cui lavoro – il CNR – mi disse una volta: “La psicoanalisi non è una scienza. Altrimenti voi analisti scrivereste nella lingua in cui qualsiasi scienziato oggi scrive: in inglese.” La psicoanalisi segue linee legate alla lingua, alla storia e alle tradizioni specifiche di ciascun paese, non parla un esperanto. Al limite, paese che vai, psicoanalisi che trovi.
Il risultato è che ogni area linguistica finisce con lo sviluppare non solo delle psicoanalisi vernacolari, ma con l’avere un’immagine particolare della psicoanalisi in toto. Fino a qualche anno fa, quando varcavo qualche frontiera europea, avevo l’impressione di entrare in un altro mondo psicoanalitico. Se andavo in Gran Bretagna, avevo a che fare soprattutto con la scuola kleiniana e con gli indirizzi oggi detti object relation (Winnicott), mentre le tendenze americane (Ego Psychology e Self Psychology) erano di fatto inesistenti. Al contrario, se andavo in un paese di lingua tedesca incontravo analisti con un legame molto forte con le scuole americane, per la semplice ragione che quella che noi chiamiamo “psicoanalisi americana” è di fatto il rampollo di una colonizzazione degli analisti mitteleuropei che emigrarono colà negli anni 1930 e 1940, e dopo: analisti tedeschi, austriaci e americani si sentono membri di una stessa stirpe psicoanalitica. In Francia, invece, le scuole americane – senza alcuna eccezione – sono state bandite: qui fioriva il lacanismo, ma anche scuole autoctone influenzate dal kleinismo e da Winnicott erano importanti, e da maestri specificamente francesi (Jean-Bertrand Pontalis, Jean Laplanche, André Green, Jean-Paul Racamier).
Ho fatto gli studi sia in Francia che in Italia. Al di là delle grandi differenze tra questi due paesi, in entrambi i paesi noi giovani sin dall’inizio venivamo permeati da questo assunto di base: “Anna Freud ha completamente frainteso il pensiero del padre, la psicoanalisi americana è degenerata e ha tradito lo spirito psicoanalitico, essa si è del tutto asservita all’American way of life. La vera psicoanalisi è europea….” Se ero in Francia si continuava di solito con “…Sigmund Freud è il Maestro assoluto e Lacan è il Suo Profeta”. Se ero in Italia si continuava “… Winnicott e Bion sono La psicoanalisi”.
Negli ultimi anni ho l’impressione che si sia creata una certa omologazione del campo psicoanalitico. Nel senso che c’è una psicoanalisi alta che è ormai trasversale ai vari paesi: nei quartieri in di New York, Londra, Parigi, Barcellona, Milano… e Kyiv… si parla lo stesso linguaggio. Un esperanto che chiamerei post-moderno – e altri malignamente ZTL – caratterizza ormai tutte le grandi metropoli intellettuali. E poi c’è una psicoanalisi bassa (qui alto e basso non sono giudizi miei, sono mere valutazioni sociologiche) legata più o meno a personaggi, tendenze e mode nazionali o addirittura regionali.
Negli anni 1960 e 1970, quando ero giovane, non si era consumata ancora, all’interno della psicoanalisi e delle pratiche che si ispiravano alla psicoanalisi, questa divisione verticale tra psicoterapia d’élite e psicoterapia di massa. Ma l’esplosione prima di tutto numerica degli shrinks ha determinato questa divisione.
5.
La psicoanalisi esplose in Italia negli anni 1970, circa trent’anni dopo il suo boom negli USA — perciò nell’immaginazione di molti italiani essa resta intimamente connessa all’epoca visionaria e barricadera della Contestazione di sinistra. Tutt’oggi, sono soprattutto i media di sinistra ed estrema sinistra a dare spazio alla psicoanalisi – mentre la cultura di destra sembra privilegiare “la scienza” e quindi le psicoterapie cognitive. Poi, gli anni 1980 hanno visto da noi il declino della sinistra marxista, l’ascesa correlativa del liberalismo, e il diradarsi dell’interesse per la psicoanalisi. Fu allora il grande momento delle psicoterapie familiari, di cui abbiamo già parlato.
Negli ultimissimi anni, però, si è visto un nuovo ribaltamento: da circa un decennio la psicoanalisi è tornata in auge, e questo sulla scia di una ripresa del radicalismo di sinistra tra gli intellettuali. Žižek e la scuola di Lubiana, l’attacco campale al neo-liberalismo (Byung Chul-Han, Picketty), l’imporsi dei temi queer, il ritorno in forze della cultura filosofica anarchica (in particolare di Deleuze), tutto ciò ricorda ai vecchi come me il furor degli anni 1970. Una certa psicoanalisi – soprattutto lacaniana – usufruisce di questo nuovo radicalismo sessuo-politico e filosofico. E questo a dispetto del fatto che né Freud né Lacan fossero comunisti, niente affatto.
Intanto a partire dagli anni 1990 le famiglie con “pazienti designati” hanno cominciato a ribellarsi al presupposto secondo cui loro erano le responsabili di tutti i disordini psichici dei loro membri “disordinati”. Tutti i membri di una famiglia con uno squinternato rifiutarono di sentirsi colpevolizzati. Oggi sono in voga la psichiatria organicista (psicofarmacologia, etiologia genetica dei disordini mentali) e le psicoterapie cognitiviste. L’interesse per le neuroscienze e per la biologia cresce tra gli intellettuali. Dal 2000 in poi, ad esempio, è sempre più influente un brillante filosofo della biologia, Telmo Pievani, che nasce come sostenitore della teoria della complessità e dei sistemi.
La concezione che ha dominato fino a poco tempo fa era il super–determinismo genetico. I giornali italiani cercavano di far credere che tra poco si sarebbe trovato il gene che causa qualsiasi disturbo psichico e non: si nasce autistici o isteriche o alcolizzati o inclini all’infedeltà coniugale, ecc. Questo determinismo comportava un vantaggio secondario considerevole: che uno cessava di sentirsi colpevole per le magagne dei propri figli, fratelli, sorelle. “La colpa non è mia, è del genoma”. Ho l’impressione però che anche questa fase del super-determinismo genetico sia ormai tramontata.
Eppure la fortuna della neurologia, della psicofarmacologia e della genetica, e oggi dell’AI, non ha comportato una diminuzione delle persone che vanno da uno psicoterapeuta, anzi. Certo la psicoanalisi classica — con i suoi tempi lunghissimi, i suoi alti costi e la sua austerità novecentesca — è minoritaria rispetto ad altri approcci psicoterapici che promettono benefici in tempi rapidi e con regole meno inflessibili. Per esempio, ben pochi ormai trovano pazienti disposti a fare più di due sedute a settimana; e molti si rifiutano anche di farne più di una a settimana. Ma nell’insieme cresce, in Italia, una domanda di cura psicologica, di consulenza spirituale in senso lato. Così oggi nelle metropoli italiane, come in quelle di tutto l’Occidente, ognuno può scegliersi il tipo di psicoterapia che preferisce o che può permettersi. L’offerta del mercato psicoterapico diventa sempre più ampia e variegata, come in un vasto supermarket. Lo psicoanalista allora non può più sfruttare il potere che, un tempo, gli derivava dal fatto di detenere il monopolio o quasi della “cura dell’anima”. Oggi è sempre più il paziente a dettar legge, dato che è ormai lui l’articolo raro (squilibrio tra domanda e offerta). Anche perché ogni anno le varie facoltà di psicologia sfornano molti psicologi, e quasi tutti cercano di diventare psicoterapeuti.
La psicoanalisi gode tuttora di un certo prestigio tra le “botteghe dell’anima”. Questo non solo perché, essendo più lunga e costosa, è accessibile a una clientela più benestante e quindi più prestigiosa, ma anche perché è la terapia meno prescrittiva: lascia piena libertà all’analizzando (questo termine sta prendendo il posto dell’antiquato paziente, per evitare tanfi ospedalieri) di dire quello che vuole, e bandisce il ricorso a consigli, ricette o prescrizioni. Solo persone profondamente intrise dei valori dell’autonomia soggettiva possono apprezzare davvero l’approccio squisitamente liberale della psicoanalisi. Intendo qui liberal in senso americano, non il liberale in senso stretto come teorico del mercato senza lacci statali. Man mano che si scende nella scala socio-culturale, chi sta male ha sempre più bisogno di un guaritore che sia il più possibile attivo, e non sa che farsene di una figura troppo passiva e rilassata come l’analista. Meno una terapia costa, più il terapista tende a essere verboso, prescrittivo, interventista.
Purtroppo non abbiamo alcun studio sociologico sistematico sulla professione psicoanalitica, data anche la sua polverizzazione in vari gruppi. Ma uno studio sociologico ben fatto ci farebbe capire molte cose del “non detto” della psicoanalisi.
6.
Sarebbe comunque del tutto miope non vedere lo stato dell’arte dell’analisi in Italia come avulso dal quadro internazionale.
La prima generazione psicoanalitica nel mondo (grosso modo, dal 1900 al 1938) parlava tedesco – Vienna, Berlino, Zurigo erano le capitali della Nuova Scienza. La seconda generazione (dalla seconda guerra fino alla metà degli anni 1960) fu soprattutto anglofona: l’egemonia di Londra e New York, tra loro peraltro alternative e incompatibili, era incontrastata. La terza generazione (fino agli inizi degli anni 1990) ha segnato una latinizzazione della psicoanalisi: Parigi, Buenos Aires, São Paulo, e direi anche Milano capitale della moda e del design, sono diventate le swinging capitals della psicoanalisi. É la generazione che ha adorato i francesi Lacan e Derrida, Bion in versione brasiliana e il Chicagoan Kohut.
A tutt’oggi è difficile delineare la quarta generazione. Cresce però la tendenza detta “relazionale”, affermatasi soprattutto negli Stati Uniti. Questa tendenza trae autorevolezza dalla fortunata narrazione egualitarista: analista e analizzante devono essere sullo stesso piano, la loro relazione non deve essere asimmetrica. Il prestigio crescente di Jean Laplanche – prima allievo e poi avversario di Lacan – è la faccia più sofisticata di questa conversione relazionista della psicoanalisi.
Negli ultimi anni, in tutto l’Occidente le figure dello psicoanalista e dello psicoterapeuta stanno mutando. Oggi lo psicoanalista è sempre meno un medico e sempre più uno psicologo o un social worker; è sempre più una donna che un uomo. Lacan diceva che “le donne sono migliori analiste, perché sanno meglio dei maschi quanto sia bislacco l’essere umano.” Resta da spiegare questo fatto antropologico comune a quasi tutti i paesi detti occidentali: perché le donne si orientano così massicciamente alle professioni shrink? Nei film americani di oggi “lo psicologo” è quasi sempre donna e afro-americana.
Probabilmente questa femminizzazione ha contribuito a spingere la psicoanalisi a concentrarsi sui rapporti primitivi, “fusionali” o “simbiotici”, tra madre e bambino. Il femminismo negli ultimi decenni, soprattutto nei paesi anglo-americani, ha investito i campus, e si è ampiamente simbiotizzato con la psicoanalisi. Le studiose femministe hanno operato in America una accademizzazione della psicoanalisi, proprio mentre quest’ultima veniva espulsa dalle facoltà di medicina e di psicologia. In queste ultime oggi tendono a prevalere le scienze cognitive e la teoria dell’attaccamento. Quindi, oggi sono soprattutto le professoresse dei Women’s Studies, di Storia, di Cultural Studies, Comp.Lit. (Comparative Literature), Queer Studies e simili ad assicurare la trasmissione dei fundamentals della psicoanalisi alle nuove generazioni. In Italia Freud viene studiato all’ultimo anno del liceo nel corso di filosofia (i licei italiani più prestigiosi – il classico e lo scientifico – prevedono tre anni di studio di storia della filosofia), ma sempre meno nelle facoltà di Psicologia. “Leggi ancora Freud!” dicono in modo derisorio i giovani psicologi ai loro coetanei che vogliono diventare psicoanalisti. Ed è del tutto rimosso dalle facoltà di Psichiatria. Freud è ricordato come un primo tentativo rozzo di stabilire una psicologia scientifica, come aveva potuto essere la teoria chimica del flogisto prima di Lavoisier.
Insomma, l’analista diventa una figura sempre più materna che paterna: più sostegno spiritual-affettivo e meno tecnica terapica, più holding e care [tener su e prendersi cura] che treatment e cure [trattamento e cura] Da qui il trionfo del termine empatia. Molti analisti, anche IPA, sono convinti che quel che conta in analisi è l’empatia. “Empatia” è una pandemia concettuale. Bisogna empatizzare col paziente, ovvero, costui deve avere la sensazione chiara “l’analista soffre e gode con me, per me”. Oggi non si dice più di qualcuno “è un brav’uomo, una brava donna”, si dice “è una persona empatica!” (Come non si dice più “è una persona cattiva, egoista” ma “è un narcisista!” o “manca d’empatia”) L’empatia – riduzione della dimensione etica ad affettività soggettiva – è considerata la base stessa dell’etica oggi.
Inoltre il terapista tende a essere sempre meno legato a una scuola o associazione precisa: segue un proprio percorso formativo personalissimo, e pratica sempre più in modo eclettico, free lance svincolato da istituzioni forti. Questa de-medicalizzazione, “assistenzializzazione” e de-istituzionalizzazione dell’analisi – se mi permettete questi orridi neologismi – si è accompagnata alla voga ermeneutica in Italia, che è durata fino al 2000 e oltre.
La reinterpretazione ermeneutica o “narratologica” dell’analisi rigetta “l’auto-fraintedimento scientistico” della psicoanalisi (come dice Jurgen Habermas) e la riconduce a una attività esistenziale di Bildung, formazione, nel solco della tradizione romantica tedesca. Gli analisti non analizzano più sogni ma “testi di sogni”, non più lapsus ma “lapsus nel tessuto discorsivo” – tutto viene riportato al linguistico e all’interpersonale. L’analisi non è altro che un racconto, non più vero di altri racconti possibili – solo un racconto più felice. Altri non parlano nemmeno più di psicoanalisi ma di “conversazionalismo”: l’analisi è una specifica tecnica di conversazione. Va in auge – nel discorso generale – il termine narrazione o il neologismo narrativa, dal narrative inglese. L’analisi aiuterebbe i pazienti a passare da una “narrazione” infelice a una più felice.
Molti post-freudiani (anche in Italia il prefisso “post” è generosamente attribuito) tendono a sostituire il sobrio linguaggio freudiano le nuove parole-chiavi che profumano di fenomenologia e di ermeneutica: rapporto, comprensione, essere-con, comunicazione, relazione, campo relazionale, intersoggettività, dialogo, vissuto o Erlebnis, conversazione, desiderio, Sé, pietas. Oltre che all’onnipresente empatia. In questo modo la psicoanalisi ritorna nell’alveo delle consolationes umanistiche, e si candida a entrare nel novero delle attività da proteggere da parte dei Beni Culturali, come i siti archeologici e le danze e costumi popolari. La psicoanalisi, disciplina da sempre sospesa sulla linea di bordo tra “cultura scientifica” e “cultura umanistica”, sta oggi decisamente sdrucciolando dalla parte della cultura umanistica. Significa allora questo il fallimento del progetto di Freud, della psicoanalisi come a un tempo scienza e arte, psicoterapia e reinterpretazione creativa, pratica empirica e metanoia soggettiva?
Diciamo che si realizza de facto il progetto di Lacan, il quale intendeva, anche dal punto di vista teorico e scientifico, separare del tutto la psicoanalisi dalla psicologia. Questa separazione sta avvenendo ai piani alti.
7.
Anche in Italia il pensiero psicoanalitico ha influenzato più la critica letteraria, la critica d’arte, il cinema, l’arte e la filosofia che la psichiatria o la psicologia. Gli studiosi di letterature comparate che sono stati profondamente influenzati dalla semiotica, dallo strutturalismo e post-strutturalismo, dalla fenomenologia heideggeriana e/o dal decostruzionismo, dall’ermeneutica e dal “pensiero negativo”, hanno scelto il freudismo come uno dei loro paradigmi maggiori. Tutti i concetti freudiani principali – riletti attraverso Lacan, Barthes, Agamben, Ricoeur, Derrida, Deleuze, Habermas o Žižek – vengono intrecciati a parole-chiave di critica letteraria, come piacere del testo, scrittura, differenza e differenza sessuale, critica del soggetto, dialettica del desiderio, macchine desideranti, testualità e intertestualità, ecc. Bisogna vedere fino a che punto le parole-chiavi della cultura militante degli ultimi anni riusciranno a fare breccia anche tra gli analisti: queste sono società patriarcale e neoliberalismo. La prima è il marchio di ogni discorso femnminista o sul gender, la seconda è il marchio di ognin discorso dell’estrema sinistra impolitica.
È interessante che invece gli analisti della SPI e dell’AIPsi (la SPI e l’AIPsi sono le due società italiane ammesse dall’International Psychoanalytic Association) di solito appaiano alquanto lontani da questa “psicoanalisi culturale” e seguono i binari di tendenze che di fatto hanno sortito pochi effetti di rilievo al di fuori della cerchia psicoanalitica. Abbiamo detto che il loro riferimento focale è il kleinismo, soprattutto nella versione revisionata di H.A. Rosenfeld, D. Meltzer e soprattutto W.R. Bion. Quest’ultimo autore in particolare, a dispetto del tenore spesso oscuro e pontificante dei suoi enunciati, divenne per una ventina d’anni il paradigma indiscusso di tutta la psicoanalisi che orbita attorno alla SPI e all’AIPsi, o da esse derivata. Bion in Italia è più influente di quanto non lo sia in Gran Bretagna. Solo Winnicott gode nell’establishment analitico italiano di un prestigio comparabile a quello di Bion. Gli analisti italiani formatisi sotto l’ombrello SPI o AIPsi fino a poco tempo fa guardavano a Londra come alla loro capitale, e all’interno del santuario londinese svetta l’autorità indiscussa della kleiniana Tavistock Clinic. Ma appunto, come il kleinismo non ha mai svolto un ruolo cruciale nella cultura britannica – la psicoanalisi in genere in Gran Bretagna è rimasta marginale rispetto ai mainstream culturali di quel paese – analogamente la prevalenza kleiniana, con il suo linguaggio alquanto drastico per uno spirito rotto alle sottigliezze filosofiche, ha finito con lo scavare una distanza tra la cerchia psicoanalitica e la cultura italiana più vasta. Diciamo che mentre gli analisti SPI e AIPsi vedono la psicoanalisi con occhi kleiniani e winnicottiani, gli intellettuali che si interessano alla psicoanalisi la vedono con occhi post-strutturalisti, lacaniani o nella prospettiva delle teorie del caos e della complessità (G. Bateson, H. Maturana, F. Varela, E. Morin, ecc.).
Negli ultimi anni, comunque, alcune scuole americane – che erano state bandite dalla cultura psicoanalitica italiana fino a una quindicina di anni fa – stanno prendendo molto piede in Italia. Un influsso bizzarro, dato lo stato di crisi profonda della psicoanalisi americana. In particolare, aumenta l’interesse per l’approccio di Heinz Kohut e per la tendenza “relazionale” (Robert Stolorow, Stephen Mitchell, Owen Renik). Sempre più la teoria psicoanalitica si bagna dolcemente nel mare magnum dell’empatia.
Altri analisti, in verità, non rinunciano all’ideale di rispettabilità scientifica, per cui pubblicano in Standard Scientific English articoli sempre più aridi e concisi nelle riviste ufficiali – tutte o quasi in inglese – che imitano il genere di scrittura impersonale delle comunità scientifiche. Questa letteratura analitica devia dalla vocazione reale dell’”aver cura” analitico, che resta impregnato dalle lingue e mentalità locali, come abbiamo detto. Questa pretesa di scientificità – spesso più stilistica che sostanziale – deriva dal fatto che l’analista si considera erroneamente l’equivalente di ciò che l’economista o il sociologo sono per la società: uno che elabora teorie obiettive e distaccate sull’essere umano.
In realtà sono convinto che l’analista sia piuttosto l’analogo del politico, vale a dire uno pratico. Il politico ha successo non quando dispone della teoria economica o sociologica vera (anche se ci si augura che un leader politico sappia qualcosa di economia e di sociologia) ma quando riesce a stabilire il giusto transfert con il proprio popolo. Quando Freud (1937 SE, 23, p. 248; OSF, 11, p. 531) diceva che analizzare è un’attività impossibile – come lo erano per lui educare e governare – intendeva proprio questo: il buon analista non è chi è in possesso di una teoria comprovata della mente, ma è uno dotato di (in analogia con giurisprudenza) psicoprudenza. Egli, più che di capacità teoriche e speculative, deve essere dotato di quella che Aristotele chiamava phronesis, la prudentia dei latini. Il buon analista, anche se scrive in inglese, non è uno che sa: è uno che ci sa fare, uno prudente. Naturalmente, come il politico, anche l’analista è esposto continuamente alla tentazione della demagogia, di manipolare l’altro dicendogli proprio ciò che costui vuole sentire. Anche se quel che vuol sentire è del tutto sbagliato.
8.
Due eventi contemporanei nel 1988-89 – uno in Italia e l’altro negli Stati Uniti – sono momenti eloquenti del cambiamento. In Italia viene promulgata la legge Ossicini, che concede anche ai laureati in psicologia, oltre che a quelli in medicina, il diritto di fregiarsi del titolo di psicoterapeuti. Di fatto, questa legge sancisce la crescente demedicalizzazione dell’attività psicoterapica – quindi fornisce la sponda istituzionale alla voga ermeneutica, che si poneva come alternativa dotta allo scientismo imperante. Nel novembre 1988, una Court americana obbliga l’American Psychoanalytic Association a concedere anche a non-medici il diritto a essere formati e riconosciuti come psychoanalysts (l’Associazione psiconalitica Americana, APA, da sempre accettava solo medici). Le nuove legislazioni americana e italiana hanno insomma preso atto dell’abbandono crescente della pratica analitica e pratiche affini da parte degli psichiatri.
La legge Ossicini prescrive che solo i medici psichiatri e i laureati in psicologia possano praticare legalmente la psicoterapia. Per essere riconosciuti dallo stato come psicoterapeuti, devono aver concluso un corso di studi in psicoterapia di almeno quattro anni, fornito dalle università o da istituti privati riconosciuti dallo stato. Nel 2022 erano 278 le sedi di scuole private di formazione in psicoterapia riconosciute dal Ministero dell’Istruzione Università Ricerca. Hanno una potenzialità formativa di oltre 4.000 diplomati in psicoterapia ogni anno.
Dalla fine degli anni 1980, tutti gli psicoterapisti e psicoanalisti italiani sono ossessionati dal “riconoscimento” di sé stessi e dei loro allievi. Anche se la psicoanalisi non è formalmente citata dalla Legge Ossicini, di fatto quasi tutte le scuole analitiche si sono conformate alle richieste dello stato, facendo riconoscere i propri corsi di formazione. Quasi tutte hanno accettato il principio di prendere in training solo medici e psicologi laureati. In questo modo, una forte accademizzazione della pratica psicoterapica ha sostituito la galassia policroma, selvaggia e caotica delle psicoterapie del passato. Ma mi chiedo se l’applicazione della Legge Ossicini corrisponda al declino dell’influenza della psicoanalisi in Italia negli anni a cavallo del 2000 solo per una casuale coincidenza.
Oggi il tipico psichiatra italiano si forma sui DSM (il manuale diagnostico anglo-americano per psichiatri globalizzati), amministra farmaci, e lascia le psicoterapie a psicologhe e ad altre figure socio-psico-pedagogiche, considerate di minor prestigio. Il lungo sogno di rispettabilità della psicoanalisi – essere accettata come membro legittimo nel club esclusivo della scienza medica – si sta rivelando solo un sogno. Oggi l’analista pare dire piuttosto, come Groucho Marx, “non accetterò mai di far parte del club [degli scienziati] finché esso mi accoglierà come proprio membro!”
A questa mutazione dell’identità sociale degli analisti corrisponde parallelamente una mutazione del cliente tipico. Oggi i soli che si sottopongono devotamente a un’analisi classica — quattro-cinque sedute a settimana di 50 minuti ognuna, per molti anni — sono gli allievi in training. Al di fuori del training, sempre più l’analisi diventa una forma di supporto intermittente e discontinuo per persone che esigono risultati rapidi, tangibili, o che hanno bisogno di un sostegno in “fasi critiche” della propria vita. Ovviamente, per gli analisti anziani che hanno nostalgia dei bei vecchi tempi — quando erano in pochi — questo è il trionfo della barbarie. Ma si tratta del sottoprodotto di un cambiamento della soggettività in Occidente.
Il tipo di transfert su cui si basava la psicoanalisi novecentesca — costituita sull’illusione dell’analista come “soggetto supposto sapere”, diceva Lacan — funziona sempre meno. L’analista ha perso la sua dotazione originaria di autorità, e sempre più deve conquistarsi il consenso dell’analizzante sul campo, in un contesto più flessibile e molto meno prestigioso. Gli analisti dicono “oggi i pazienti sono più colti, più disincantati, quindi più difesi”. Sono “più difesi” perché credono meno nel potere della parola. La critica dell’autorità del sapere supposto, che proprio la psicoanalisi ha contribuito a mettere in crisi nella forma di vita occidentale, a un certo punto si è ritorta in parte contro l’autorevolezza della psicoanalisi stessa. L’illusione transferale e le interpretazioni classiche sono oggi meno persuasive. L’analista deve oggi inventarsi nuove forme di legame o relazione che possano rendere i soggetti del XXI° secolo permeabili alla forza della parola.
9.
Negli anni 1970 l’influenza di Lacan fu molto forte in Italia, ma poi questo influsso si è dissolto per decenni. Una delle ragioni di solito invocate per questo declino è il caso Verdiglione.
Armando Verdiglione, analizzato da Lacan, negli anni 1970 e prima metà dei 1980 aveva creato a Milano un impero culturale e imprenditoriale. Aveva lanciato una lunga serie di attività multi-culturali che stupirono l’Italia ancora un po’ provincialotta dell’epoca: mastodontici congressi internazionali in varie parti del mondo (tra cui Tokyo e New York), costose riviste, una casa editrice molto attiva, e una lussuosa Fondazione culturale con il proprio nome. Questo yuppy psicoanalitico promuoveva la psicoanalisi lacaniana, la propaganda anti-marxista e in particolare anti-partito comunista (all’epoca la cultura italiana di sinistra confluiva soprattutto nel partito comunista) e un rapporto speciale con la scena culturale parigina, in particolare con la cultura post-strutturalista e i nouveaux philosophes.
La sua ascesa si interruppe però nel 1986, quando venne arrestato, processato e quindi condannato alla reclusione per aver approfittato di alcuni suoi analizzanti e seguaci, a cui aveva fatto sborsare ingenti somme per costituire l’impero. Quel processo fu seguito da gran parte dell’opinione pubblica e diede luogo a grandi controversie. Allora Verdiglione divenne in qualche modo – a torto o a ragione – il prototipo stesso del “cattivo psicoanalista”: uno che suggestiona i propri pazienti per trascinarli in imprese megalomani, e che se la faceva con politici molto discussi (correva voce che fosse stato l’analista di Bettino Craxi, per anni primo ministro italiano, caduto poi in disgrazia e morto in esilio in Tunisia). Ma Verdiglione fallì per un’altra ragione: di fatto fu incapace – ma quanti italiani hanno poi fatto meglio di lui? – di tradurre la cultura parigina, la French Theory come viene chiamata in America, per un pubblico italiano. Quando vendi un nuovo gadget elettronico, devi tradurre le istruzioni per l’uso nella lingua del paese dove cerchi di venderlo; se non lo fai, la gente non riuscirà ad adoperarlo e prima o poi ti considererà un imbroglione. Verdiglione ha provato a vendere la macchina-Lacan senza fornire una vera traduzione – non delle parole, ma del modo di pensare.
Abbiamo detto che per impiantarsi in un paese la psicoanalisi va “tradotta” secondo le linee linguistiche e culturali prevalenti in ciascun paese. Il genio di Lacan e di altri analisti francesi è stato quello di adattare alla cultura e alla sensibilità francesi, piuttosto spiritualiste o hegeliane, il pensiero di Freud, sorto invece in un contesto viennese ed ebraico dominato dal positivismo. Ma anche i maestri delle scuole analitiche americane, di solito ebrei di lingua tedesca – da Kris e Reik a Kohut, da Hartmann e Löwenstein a Kernberg – furono capaci di rendere la loro disciplina compatibile con l’American Way of Thinking. Stesso discorso potrebbe essere fatto per altri paesi. Non solo Verdiglione, ma gli analisti italiani in genere, non sono riusciti completamente a “italianizzare” la psicoanalisi francese, a farla entrare veramente nel sangue del modo italiano di pensare.
La situazione è cambiata dopo il 2010, quando è cresciuta la fama attorno allo psicoanalista lacaniano di Milano Massimo Recalcati, molto presente nei media e pubblicista di uno dei quotidiani italiani più diffusi, La Repubblica, tendenza di sinistra. Ovviamente mi ero prefisso di non citare alcun analista vivente, come si fa sempre in questi casi, ma per ragioni di completezza descrittiva ho fatto eccezione per Verdiglione e per Recalcati. Fatto sta che grazie a una generale Lacan Renaissance non solo in Italia, Lacan è rientrato massicciamente nel discorso intellettuale e psicoanalitico italiano.
In effetti, è interessante notare che i lacaniani in generale riescono meglio di analisti di altre scuole a popolarizzare la psicoanalisi, e alcuni diventano vere e proprie star mediatiche. Nei paesi anglofoni analisti o filosofi lacaniani come Slavoj Žižek, Alain Badiou, Judith Butler, Darian Leader e altri sono divenuti delle vedette intellettuali.
Ci si chiede perché la teoria di Lacan, così sofisticata e certo ermetica, si sia dimostrata particolarmente adatta – assieme a quella junghiana – alla popolarizzazione. Comunque, un certo relativo successo mediatico dei lacaniani è un aspetto del successo del lacanismo tra filosofi, scrittori, giornalisti colti e professori di campi umanistici, mentre in USA, in UK e in Italia (i paesi che conosco meglio) questo impatto risulta molto minore tra gli analisti praticanti e i medici. Anche in Italia sembra approfondirsi la divisione tra la pratica analitica – ormai diluita in una miriade di scuole e scuolette – e “la psicoanalisi culturale” nella quale prevale il post-strutturalismo francese. Ma forse questo è stato, nelle grandi linee, il destino della psicoanalisi tutta intera. Già nel 1923 Marco Levi-Bianchini, uno dei primi seguaci di Freud in Italia, diceva ai suoi colleghi psichiatri italiani – all’epoca, non meno di oggi, molto sospettosi nei confronti della psicoanalisi – che “la psicoanalisi, cacciata dalla porta (psichiatria, neurologia) rientrerà dalla finestra (per mezzo della psicologia, dell’educazione e della filosofia)”. Questo avvertimento, con qualche modifica – arte e femminismo al posto di psicologia ed educazione, per esempio – può valere anche per il lacanismo: oggi in Italia è stato cacciato fuori dalla psicoanalisi dell’establishment, ma sembra tornare attraverso la porta di servizio dei Gender Studies, Queer Studies, Cultural Studies, ecc.
Ho detto che da qualche anno la psicanalisi è tornata “di moda” in Italia, mentre in altri paesi – in particolare in Francia – è in una fase calante. Le persone colte tornano a leggere Freud. Si tratta di un vento, si dirà, che potrebbe esaurirsi nel corso di qualche anno. Quel che è difficile prevedere è il destino della psicoanalisi non solo in Italia – piccolo frammento del mondo – ma nel mondo intero. Credo che la psicoanalisi cresce quando la psichiatria, la cura medica, entra in crisi. Il suo destino mi sembra quindi legato, anche se in forma inversa, al destino della psichiatria.
Quel che è certo è che in tutto il mondo iper-industrializzato c’è una richiesta crescente di shrinks,. “Lo psicologo” è divenuto insomma figura sempre più istituzionale nelle scuole, negli ospedali, nelle fabbriche, nei consultori… Non importa a quale corrente, metodologia o tipo di psicologia lo strizzacervelli appartenga, l’importante è che ci si possa rivolgere a lei (dato che sempre più è un lei) come un tempo ci si rivolgeva a un consulente spirituale. Questo consulente fino a non molto tempo in Italia fa era di solito il prete, ma anche il professore di filosofia delle scuole secondarie. Oggi non può che essere uno “psicologo”. Di questa richiesta massiccia di tutorialità spirituale in epoca di crescente secolarizzazione, lo psicoanalista approfitta fino a un certo punto. La psicoanalisi resta sempre un approccio d’élite, metropolitano. Per “élite” non intendo tanto un’aristocrazia economica, quanto una classe sociale di livello culturale superiore alla media, di persone che – in opposizione ai left behind, detti anche filosoficamentge “sfigati” (secondo il filosofo della politica Carlo Invernizzi) – chiamerei dei running ahead, “coloro che corrono in avanti”. Quel ceto sociale costituito in genere dalle persone con titolo di studio superiore, più giovani, più donne che uomini, di livello economico ascendente, che abitano nei grandi centri urbani, che conoscono l’inglese, che non mangiano fritti, e che più votano a sinistra nello spettro politico. Insomma, il fatto che la psicoanalisi resti in qualche modo una pratica non-popolarissima non va preso necessariamente come uno svantaggio, ma al contrario, come la prova di una sua posizione di prestigio. C’è una stratificazione sociale anche nel consumo delle psicoterapie di cui la psicoanalisi occupa comunque il top. Non diversamente da quel che accade in tanti altri campi: i professori che preparano ai dottorati sono molto meno dei professori delle scuole elementari e medie, proprio perché sono più prestigiosi. È la classica piramide. Più aumenta il prestigio di un’area, meno aumenta il numero di coloro che sono in quest’area. Per cui ogni scuola o movimento psicoanalitici è posto di fronte a questa scelta “impossibile”: o espandersi quantitativamente (formare sempre più analisti) oppure puntare sulla massima qualità (il che la rende molto selettiva). Avere entrambe le cose è come avere la botte piena e la moglie ubriaca (comune proverbio italiano).
D’altro canto, il prestigio di una scuola o di un istituto – non solo di psicoanalisi – non dipende tanto dalla selettività della scuola o dell’istituto, quanto piuttosto da quale tipo di studente la o lo sceglie. Personalmente, non credo che un certo filone analitico sia migliore in sé: dipende da chi è attratto da esso. Se un certo filone per le ragioni più varie attira i giovani più seri, più ambiziosi, “più bravi”, diventerà ipso facto il filone più prestigioso, più cool. Ho l’impressione che oggi i giovani più promettenti siano di nuovo attratti (‘di nuovo’ rispetto all’ondata degli anni 1970) da Lacan e da altre “scuole francesi”. Intendo, sono attratti da queste ultime le femministe più in gamba, i filosofi più aperti, gli scrittori più sofisticati, i divulgatori meno ottusi, i militanti queer o di estrema sinistra meno rozzi, gli psichiatri meno routinizzati… In questi anni, il vento spira in quella direzione.
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